Archive for the ‘Varie’ Category

#mod.160M-W Pezzi unici I-I // Peacot

Thursday, November 20th, 2008

(di Antheus)

Pare che il freddo sia arrivato. Adesso vale quindi la pena di parlare dei prodotti che Italia Independent ha proposto per quest’inverno. Della giacca tecnologica sviluppata con Moncler abbiamo già diffusamente trattato. Oggi vogliamo descrivere un altro pezzo unico I-I che fa parte della serie formata dalle icone reinterpretate. In questo caso l’icona in questione è il peacot (chiamato anche peacoat o pea jacket) ovvero il classico  giubbotto da barca a 6 bottoni utilizzato dalla Us Navy e divenuto nel tempo un capo che va oltre le mode passeggere.

Abbiamo deciso di mantenere la struttura classica e, a suo modo, elegante del peacot innovandolo nel tessuto e nella sua funzionalità. La lana del classico peacot è stata quindi sostituito da I-I con una termolana accoppiata ad una membmrana e nastrata: questo assicura una perfetta idrorepellenza, come pure alcuni dettagli quali le ghette alle maniche.

Pur essendo I-I un marchio che realizza principalmente prodotti maschili, in questo caso abbiamo voluto dedicare il peacot anche con un taglio più adatto alla donna, mantenendo le stesse caratteristiche di stile e praticità.

Terzo Rinascimento - un inizio

Tuesday, November 18th, 2008

(di Antheus)

Negli ultimi post, specialmente nei commenti, si è parlato molto di Rinascimento Italiano, visto come una necessaria fase per rialzare la testa e una nuova opportunità per valorizzare i nostri punti di forza. Francesco Morace, sociologo e futurologo a questo Terzo Rinascimento ci ha dedicato un bel libro uscito quasi un anno fa e intitolato Il Senso dell’Italia. Pochi giorni fa invece dal suo blog Visioni e Presentimenti lo stesso Morace ha provato a fissare in 10 punti la visione del Nuovo Rinascimento e, devo ammettere immodestamente che ci ho rivisto tantissime parole e concetti che trattati in questo blog e che rappresentano una sorta di humus della filosofia di Italia Independent (nuova dignità al saper fare, il progetto, la convergenza tra artigianalità e il web, design thinking, nuove collaborazioni etc…).

Copio e incollo la 10 tesi di Morace che potete trovare anche qui.

1) Partire dall’alleanza tra progetto imprenditoriale, visione politica, qualità territoriale e talento artistico. Guardare al Rinascimento italiano come modello di sistema: la sua capacità di integrazione tra i saperi, la sua capacità di sviluppo e irradiazione.
2) Considerare la città come un laboratorio aperto di incontri ed esperienze culturali, formative, interdisciplinari, in cui le imprese illuminate tornino a giocare un ruolo decisivo nell’espressione del talento.
3) Rimettere al centro della formazione personale la ricerca e l’invenzione, la cultura del fare, l’esperienza delle Arti e dei Mestieri, l’apprendistato entusiasmante della Bottega Rinascimentale, dando ad esempio nuova dignità e prestigio al saper fare, conciliando innovazione tecnologica e tradizione artigianale.
4) Sperimentare la cura, il gusto estetico e la loro espressione nell’ambito di una ridefinizione etica dell’esperienza, che nasce dall’incontro tra un patrimonio di cultura e la capacità di creazione, tra sensibilità e bellezza.
5) Comprendere quanto l’apprendimento, il progetto, la trasmissione contagiosa del sapere possano diventare per le giovani generazioni - se collegate ad un uso competente delle nuove tecnologie - una esperienza felice ed entusiasmante.
6) Definire una convergenza possibile tra nuove frontiere del Web, capitalismo responsabile, e la visione stessa del Terzo Rinascimento. Incoraggiare modelli operativi basati sul riconoscimento del valore più che sul profitto, sulla co-creazione più che sulla gerarchia.
7) Valorizzare l’esperienza del Secondo Rinascimento segnato in Italia dalla nascita delle fabbriche del design (da Adriano Olivetti ad Alberto Alessi) e delle logiche avanzate del design thinking, che costituiscono una alternativa importante al modello di management più tradizionale.
8 ) Integrare questa visione economico-culturale con i valori e le esperienze dell’Humanistic Management, in particolare dell’open organization e della network economy come base di nuovi modelli organizzativi di supporto all’attività sociale ed economica. Per affrontare il tema delicato di “come si impara ad imparare”.
9) Raccogliere tutte le esperienze che sul territorio italiano sono state sviluppate in questi anni in diversi ambiti e occasioni (dai festival urbani ai progetti distrettuali) e rilanciarne la potenzialità rinascimentali al di là della propria valenza locale, per acquisirne una europea e internazionale
10) Agire da grande collettore e catalizzatore di proposte, progetti, persone ed energie che sentono di essere in sintonia con questi temi per dare all’Italia nuove prospettive di sviluppo e concrete energie per la crescita.

Tu chiamalo, se vuoi, ambient marketing

Monday, November 17th, 2008

(di Antheus)

In inglese si dice “Sky is the limit” per intendere che le possibilità e le alternative sono infinite. In pubblicità però, come è noto, non c’è limite alla creatività e, talvolta, al cattivo gusto: ogni occasione è buona, ogni spazio è efficace per dare visibilità a un marchio o a un prodotto.

Guardate cosa ha fatto la Honda a Madrid per uno spot da quasi 900.000€, coinvolgendo alla regia il coordinatore degli stuntmen dei film di James Bond. Lo spot andrà in onda nelle prossime settimane nelle tv inglesi e, forse, la vedremo anche in Italia.

Da oggi in pubblicità neanche il cielo è più un limite.

Le vie dell’outsourcing sono infinite (e spesso tornano a casa)

Friday, November 14th, 2008

(di Antheus)

Oggi quando si parla di India inevitabilmente si parla di outsourcing. Da alcuni anni le grosse multinazionali occidentali delocalizzano i propri call center e tutti gli altri servizi al cliente proprio in India, sia per la loro disponibilità di risorse specializzate e professionali sia per la presenza di giganti dell’informatica e di servizi di callcenter come la Infosys e la Wipro.

Di recente però si sta assistendo ad un fenomeno che possiamo definire di outsourcing dell’outsourcing. Dopo aver acquisito un know how e un’esperienza incredibile nel campo dei servizi telefonici, le aziende sopracitate stanno aprendo dei centri servizi in paesi come il Messico, Brasile, Cile, Romania, Canada e anche in alcuni stati USA.

Il fine ultimo di questa operazione è volto a migliorare l’efficienza del servizio prestato attraverso una migliore occupazione tra azienda e clienti, impiegando personale che sia in grado di parlare la stessa lingua e che abbia anche il medesimo background culturale. Grossi istituti di credito e assicurazioni statunitensi si affidano alle società indiane per i loro call center, in particolare per quello che riguarda i servizi alle comunità ispaniche, fornniti da personale messicano che risiede e lavora in Messico.

Perciò si viene a creare il paradosso in cui un’azienda americana o europea affidi in outsourcing il proprio call center ad un grosso gruppo indiano il quale, dopo aver valutato tutte le caratteristiche del processo, decide di impiantare i propri operatori nello stesso paese di origine dell’azienda cliente.

E’ la globalizzazione che diventa locale.

In Design We Trust

Thursday, November 6th, 2008

(di Antheus)

Volevo segnalarvi un blog sul quale ci ho passato le ultime due ore. Il blog si chiama DesignYouTrust ed ha come sottotitolo World Most Famous Inspiration e contiene il meglio della creatività di animazione, grafica e design che gira negli ultimi tempi in rete. In certi casi vale anche la pena chiamarla arte.

Buona navigazione

Silmo Village

Tuesday, November 4th, 2008

(di Giovanni)
Siamo di ritorno dal Silmo, la fiera internazionale dell’ottica che si è svolta a Parigi.
Ero stato precedentemente alla fiera nelle due ultime edizioni; le prime volte non si scordano mai, recita un famoso proverbio, e la prima volta al Silmo conferma il motto popolare. Avevo da poco terminato la mia precedente esperienza lavorativa e, insieme a Lapo e agli altri, ci accingevamo a lanciare il progetto I-I con i famosi occhiali in carbonio. Il mondo dell’occhialeria allora era per noi ancora una nebulosa galassia nella quale capire come orientarsi per venirne fuori ed evitare i buchi neri.
Quello che a suo tempo mi aveva impressionato era il campo di battaglia: in pochi padiglioni avevi di fronte agli occhi tutto lo scibile dell’occhialeria. Dalle aziende cinesi che producono prodotti da pochi euro, alle multinazionali dell’occhialeria, passando per le aziende di ricerca fino ad arrivare a singoli individui che si affacciano al mercato con la loro prima collezione sperando nell’attenzione dei buyer. Uno spettacolo unico.
Oggi, a due anni di distanza dalla mia prima volta, vedo quel mondo con più consapevolezza. L’azienda ha trovato un posto nella galassia - più precisamente tra i marchi di ricerca e design - e, a quanto pare, un posto ben preciso - questo è emerso molto chiaramente dalla bocca dei buyer più attenti.

Quello che però mi è più rimasto impresso di questo Silmo è un ricordo per differenza.
Sovrapponendo mentalmente i padiglioni di due anni fa e quelli di quest’anno balza immediatamente agli occhi la differenza di dimensione.
Quest’anno i grossi player dell’occhialeria non hanno partecipato alla fiera (si dice per una polemica nei confronti dell’ente organizzatore che ha posticipato l’evento in una data successiva al classico timing di presentazione dei prodotti) e , di contro, la dimensione del padiglione dei marchi di design (Silmo Village, dove I-I aveva lo stand) è aumentata notevolmente.
Che questo sia un segnale della tendenza del mercato? Che effettivamente si sta cominciando a diffondere la logica del “consumo consapevole” anche nel settore dell’occhialeria?
Forse il 2009 sarà veramente l’anno in cui si comincerà a mangiare delle buone fette di salame.

Nota: Al Silmo abbiamo presentato sei nuovi occhiali: tre da vista (compreso il guerrafredda) e tre da sole. Avremo modo nel corso del tempo di presentarveli qui sul blog. Intanto vi anticipiamo il mod 507 (chiamato internamente Sterva): è un modello da donna che funziona praticamente con lo stesso sistema del ‘guerrafredda’, ma ha la parte superiore in acetato - come la parte inferiore intercambiabile -  invece che in alluminio.

Forse è tempo di cambiare…

Thursday, October 23rd, 2008

(di Giovanni)

Stiamo vivendo probabilmente uno dei peggiori periodi economico-finanziari dell’ultimo secolo. Le parole crisi, mancanza di fiducia, recessione e stagnazione sono tra le più’ pronunciate nei tg e nelle case di tutto il mondo.
C’era una volta il consumismo, l’attitudine ad acquistare solo per il piacere di acquistare. C’erano una volta anche i grandi marchi, quelli delle multinazionali della moda che producevano abbigliamento, profumi, accessori, occhiali. Erano aziende nate molto spesso dal genio, dal talento visionario e dalla passione di stilisti creativi, uomini più di cuore che d’impresa; a testimonianza di questa passione molti di questi uomini avevano dato il loro nome e cognome alle aziende.
I grandi marchi della moda ci sono ancora,  ma non somigliano più alle aziende di un tempo: ora sono più’ strutturate, quotate in borsa e spesso appartengono a grossi gruppi industriali. Infatti molti di quegli uomini oggi non ci sono più, hanno ceduto le aziende e si sono fatti da parte.

Il 29 ottobre comincerà il Silmo, la fiera internazionale dell’occhialeria di Parigi, e come in ogni mare ci saranno i pesci grandi e i pesci piccoli.
I grandi gruppi di questo mercato vivono grazie a marchi di licenza. Tanti. produzione industriale, massificata, omogeneizzata ed omogenizzante. Molti di questi marchi erano quelli di cui parlavamo poche righe sopra.
Ci sono però anche i pesci piccoli, quelli che sanno fare gli occhiali e poco altro, ovvero farli bene. Hanno passione, creatività e amore per il lavoro. Lo leggi nel design, nelle forme, nei materiali utilizzati.
Lo leggi anche nei loro website. Ad esempio Mykita, giovane azienda berlinese sul proprio sito da spazio ai propri volti. Sono volti di responsabili di produzione (i ragazzi di Mykita hanno comprato i macchinari e producono internamente parte della produzione), dei creativi, del marketing e del commerciale. Persone. Passione.
Vi invito ora a guardare il sito del player multinazionale Luxottica e a tirare le vostre conclusioni.
Probabilmente quello che leggerete e sentirete è uno spirito diverso.
Si parla tanto di ritornare all’economia reale:  credo però che all’interno dell’economia reale ci siano delle profonde differenze.
Il consumatore si accorgerà che forse è meglio una buona fetta di salame piuttosto che un’aragosta di plastica.

Al cinema

Saturday, October 18th, 2008

(di Antheus)

L’esercizio che amiamo fare su questo blog, come forse avrete notato, è quello di declinare e trasferire i nostri valori e le cose in cui crediamo e che ci fanno andare avanti (nonostante lo scenario non sia dei migliori) su altri contesti e in settori diversi da quelli in cui opera Italia Independent (so far…).

Crediamo infatti che oggi nell’arte, nel business e nella creatività nel senso più ampio del termine, chi riesce sapientemente e abilmente a mixare innovazione (e quindi tecnologia, nuove forme di comunicazione, nuovi paradigmi) e tradizione (cioè  recupero di temi, codici e suggestioni del passato) rischia di fare cose egregie.

Lo spunto di questo post me lo ha dato la visione di Wall-E, l’ultima produzione della Pixar che è un autentico ca-po-la-vo-ro. Se già conoscete i precedenti film Pixar, sapete di cosa parla, ma siete solo a metà dell’opera. Perché questa volta, almeno per una buona metà del film, il regista Andrew Stanton ha voluto allontanarsi dal mondo dell’animazione e tendere verso il cinema più puro.

L’innovazione digitale (l’animazione computerizzata che, perfezionandosi, diventa “sporca” per rappresentare perfettamente i fondali di un mondo dominato dai detriti) si sposa con la tradizione narrativa (la storia d’amore tra ha gli stilemi classici dei romanzi dell’800) stilistica (i primi 40 minuti , senza parole, non possono non ricordare capolavori della fantascienza come 2001 Odissea nello Spazio) e pure tematica ( un certo amore per gli oggetti analogici, i riferimenti a Charlie Chaplin etc…). Il tutto si sintetizza nei robot umanizzati che hanno sentimenti propri e in alcune delle scene più semplici e disarmanti che il cinema abbia mai offerto, rappresentando così il romanticismo della tecnologia. Oltre a questo c’è una forte accusa alla società consumistica occidentale, lezione ecologica e, sopratutto, una nuova idea di cinema.

Insomma, andatelo a vedere. Poi se ne parla.

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Ventotto anni

Thursday, October 16th, 2008

(di Antheus)

Chi legge da un po’ di tempo questo blog sa che il fil rouge che lega tutti i post, ma anche le decisioni e le azioni di I-I, è dato da due elementari e fondamentali valori quali la libertà e l’indipendenza, ovviamente il tutto rispettando quelle degli altri e le regole. Mancando questi due valori l’uomo è incapace di pensare, muoversi, divertirsi e lavorare. Vivere.

La storia di Roberto Saviano credo la conosciate tutti. Un giovane scrittore che per la sua urgenza di raccontare, non per infangare l’immagine dell’Italia, ma per denunciare e resistere, è costretto ad una vita da segregato, dormendo nelle carceri, muovendosi con quattro persone di scorta. A vederla in positivo si può dire che è straordinario sapere che un semplice libro sia riuscito a creare un caso, che è andato oltre le vendite, oltre la letteratura, oltre l’arte, e che ha dato un’importante spinta alla lotta contro la camorra e la criminalità organizzata.

Oggi però Saviano è semplicemente un ragazzo di ventotto anni che non ha più nè la libertà nè l’indipendenza e, per questo, avrebbe deciso di lasciare l’Italia per riacquistare questi due diritti fondamentali di cui noi, più giovani e più vecchi, godiamo ogni giorno, a volte senza accorgerci del privilegio.

Lo spiega lo stesso Saviano in queste poche righe, rilasciate ieri a Repubblica, e che contengono la stessa forza e urgenza del romanzo che, con la stessa libertà e indipendenza ora negate, decise di pubblicare due anni fa.

‘Fanculo il successo. Voglio una vita, ecco. Voglio una casa. Voglio innamorarmi, bere una birra in pubblico, andare in libreria e scegliermi un libro leggendo la quarta di copertina. Voglio passeggiare, prendere il sole, camminare sotto la pioggia, incontrare senza paura e senza spaventarla mia madre. Voglio avere intorno i miei amici e poter ridere e non dover parlare di me, sempre di me come se fossi un malato terminale e loro fossero alle prese con una visita noiosa eppure inevitabile. Cazzo, ho soltanto ventotto anni!’

La doppia faccia della crisi

Tuesday, September 30th, 2008

(di Lapo)

Come avrete letto anche voi sui giornali, la situazione economica americana, e di consuguenza anche quella mondiale, è critica. Ieri la camera non ha approvato il piano anti-crisi proposto da Bush. Questo ha causato un crollo di Wall Street e, oggi, delle borse di tutto il mondo, con tutti gli effetti che questo comporta.

Da una situazione di crisi si può anche intravedere un barlume di speranza: innanzitutto spero che questa crisi segni la morte definitiva di quella finanza speculativa che ha primeggiato in questi anni creando false aspettative sia alle famiglie che alla produzione. Inoltre questa crisi potrebbe essere la miccia per ribaltare la politica americana, visto che le elezioni saranno tra circa un mese.

Credo che il nuovo (in questo caso rappresentato dal primo candidato di colore alla presidenza) deve emergere quando il vecchio mostra la corda. Che poi non significa che il nuovo riesca automaticamente a risolvere tutto, però può dare nuove speranze.

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