(di Antheus)
Molte storie - di nobiltà atletica e meschinità umana - si incrociano e si intersecano in queste Olimpiadi di Pechino che - lo dico a quei pochi romantici che non l’avessero ancora capito - rappresentano la più grande opportunità per la Cina per autoproclamarsi la prossima grande prima potenza mondiale e anche l’occasione, più unica che rara, per molte aziende e brand di poter conquistare notorietà in quella terra, per certi versi vergine, popolata da un miliardo e trecento milioni di anime. Con ogni mezzo necessario, come diceva quello.
Tra tutte le storie che giornalmente ci vengono narrate, a me ha colpito particolarmente quella di Liu Xiang, l’atleta del 110 metri ostacoli considerato une delle icone di queste olimpiadi e che doveva rappresentare il successo cinese nelle discipline atletiche. Come forse sapete Liu Xiang durante una falsa partenza delle batterie si è infortunato e ha dovuto allontanare la pista e con questo il sogno delle olimpiadi; la sconfitta di Liu Xiang ha rappresentato per i cinesi quasi un lutto nazionale. Quello che forse non tutti sanno è che l’atleta è stato negli scorsi mesi uno dei testimonial pubblicitari più pompati dalla Nike la quale cercava, attraverso lui, di fare breccia nel cuore dei cinesi e di queste Olimpiadi. E’ l’Adidas infatti che si è aggiudicato la partnership ufficiale di Beijing 2008 (una robina da 68 milioni di euro).
Così nel giro di poche ore Liu Xiang da fulmine cinese si trasforma, alla velocità della luce, nella ragazzo infortunato che non riesce a dare voce al sogno della nazione, il tutto per una lucrosa campagna promozionale. Se pochi giorni prima l’immagine che campeggiava in mezza Cina era (la prima da sinistra qua sotto) basata sulla performance e sul risultato, il giorno dopo l’incidente la strategia di comunicazione di Nike è cambiata (seconda foto): a fianco del volto di Liu Xiang una serie di frasi in mandarino come “Amare la gloria, amare il dolore”, “Amare lo sport anche quando ti spezza il cuore” , “Amare nel mettere a rischio il proprio orgoglio”. Se prima Liu Xiang era l’icona del trionfo facile, ora è quella dello sport sofferto e dello spirito decoubertiano.
Chi legge questo blog sa che qui ci appassiona il marketing quando diventa societing, cioè quando riesce a interpretare alcuni fenomeni o certi segnali della società prima ancora che siano palesi a tutti, il tutto a materiali fini di lucro (ma non solo). Ma a volte credo che si esageri, e qui parlo a titolo personale. Giocare troppo con i sentimenti, con le passioni e sfruttare ogni occasione, bella o brutta che sia, per crearne un evento di comunicazione, può alla lunga diventare deleterio.
L’articolo dell’International Herald Tribune suggerisce anche un sospetto: visto i tempi brevissimi in cui il tutto è accaduto e considerando i tempi lunghi per decidere e produrre una campagna di tali dimensioni, l’insinuazione è che si sapeva in anticipo dell’incidente e che è stato mandato in pista per costruire una perfetta farsa a tavolino, magari decisa anche dalla Nike. Senza arrivare a pensare questo, credo che in tali occasioni certi limiti vengono superati con troppa leggerezza.


