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La fine della scienza

Monday, August 4th, 2008

(di Antheus)

Il caldo e il periodo vacanziero porterebbero ad affrontare argomenti frivoli o, addirittura, a non scrivere niente. Ma qui ci piace essere controcorrente e perciò vogliamo affrontare argomenti complessi e più grandi di noi (e anche parecchio lontani, da noi).

Lo spunto viene dal numero di luglio di Wired e più precisamente dall’articolo di copertina scritto dal direttore del magazine Chris Anderson dal titolo “The end of Science”. L’articolo è dedicato alle nuove metodologie di ricerca scientifica rese possibili dai supercomputer e dagli algoritmi di data-mining: in pratica Anderson sostiene che oggi non è più necessario, secondo il vecchio modello di indagine scientifica, porre inizialmente un’ipotesi sul funzionamento di qualcosa, cioè “teorizzare qualcosa”, ed in seguito procedere con le verifiche per saggiarne l’attendibilità. Ormai l’informazione è tutto ed è facilmente reperibile e disponibile.

Oggi, dice Anderson, viviamo nell’era del Petabyte (un perabyte corrisponde a un biliardo di byte) e questo condizionerà e forse modificherà radicalmente il modo di fare scienza. Oggi con la massa sterminata di dati a cui possiamo accedere, con gli algoritmi di ricerca di Google e con la tecnologia che permette di trarre correlazioni statistiche significative, la triade ipotesi - metodo - esperimento rischia di diventare rapidamente obsoleta. La correlazione statistica sostituisce quindi la relazione di causa ed effetto, perciò la scienza può giungere a delle conclusioni in modo più rapido senza l’ausilio di modelli coerenti, teorie unificate e meccanismi di spiegazione. La domanda è: tutto questo è la fine o un’ulteriore evoluzione della scienza?