Loghi
(di Antheus)
Il mondo dei segni - segni attraenti, con un senso e che si fanno ricordare - è limitato. Questo è uno dei tanti motivi per cui noi di Italia Independent non abbiamo voluto puntare troppo su un logo per identificare il nostro marchio. Preferiamo comunicare attraverso i nostri prodotti, la loro qualità intrinseca, i materiali e i tessuti utilizzati e con i concetti che ci stanno dietro; per questo abbiamo scelto di inserire un segno identificativo “leggero”, non invasivo , formato semplicemente da un linea punto linea, più vicino all’alfabeto morse che al mondo variagato dei loghi.
Come dicevo all’inizio del post, il mondo dei loghi è limitato e, senza contare i casi in cui un marchio abbia la chiara intenzione di assomigliare ad uno più famoso, ci sono molti casi in cui i loghi, involontariamente, si somigliano terribilmente. In questo post trovate alcuni casi.

July 23rd, 2008 at 12:17 pm
che fastidio mi da questo blog……………..l’ennesimo capriccio di un giovanotto viziato e senza lavoro ( per scelta ). Ho letto il tuo patetico intervento sul doping e sinceramente credo dovresti avere un minimo di decenza e tacere. Ed è un tifoso juventino che te lo dice, quindi medita.Sai cosa credo sia il colmo? Che tu nemmeno lo veda e lo legga questo blog, però la tentazione di provare è forte.Sul doping la risposta te l’ho già data…..vai a leggerla. Per concludere complimenti per lo scherzo che hai fatto al tassista di capri che pure ti ringrazia……..Dio mio che penaaaaaaaa. Gian
July 23rd, 2008 at 12:54 pm
lapo, sei un cagnaccio!!!
July 23rd, 2008 at 1:12 pm
L’approccio al prodotto negli ultimi anni ha subito una trasformazione che io credo sia alla base della non ri-conoscenza della qualita’dei materiali.
Mi spiego meglio.
Io vengo da una famiglia che da generazioni produceva abiti su misura.
Quindi nelle mie esperienze quotidiane fin da bambino c’era il “senso pricipale” che identificava la qualita’ del prodotto.
Il “tatto” ,il toccare con mano o accarezzarei tessuti per riconoscervi le componenti pregiate da quelle sintetiche.
Ho quindi raffinato la mia sensibilita’ in tale direzione.
Oggi il prodotto si identifica solamente con la vista e soprattutto con il “logo ” in vista.
Le persone portano delle griffe con tessuti scadenti e sono tutti fieri di aver avuto una fregatura in termini di qualita’ e di prezzo.
Contenti loro……
July 23rd, 2008 at 1:48 pm
l’eleganza sta sempre nel dettaglio seminascosto….mi rifiuto di indossare abiti ipergriffati..preferisco un abbigliamento no logo dove il segno di distinzione è insito nella sua qualità e nella sua fattezza….per questo condivido in pieno l’idea di un marchio semplicissimo e seminascosto..altrimenti dovrebbero pagarci per portare in tutti i luoghi le firme che appiccicano sugli abiti…
July 23rd, 2008 at 1:50 pm
il vostro logo “non logo” mi trasmette un messaggio emozionale ben chiaro…un messaggio di semplicità , modernità , legame tra azienda e cliente (linea punto linea)..non è poco …..
July 23rd, 2008 at 2:00 pm
Ragazzi buongiorno a voi, credo che non sia questo il posto più adatto per parlare delle vicende private che riguardano Lapo, ne le sue scelte intelligenti o sciocche che le possiate vedere.
Q
July 23rd, 2008 at 2:05 pm
Qui parliamo di un blog dove si discutono alcuni argomenti disparati circa la moda, il made in Italy, i tessuti, i prodotti, il marketing. e le varie strategie e punti di vista che ognuno ha.
Sono daccordo con Antheus sul fatto che il logo di una azienda riproduca un semplicissimo simbolo a sè stante, ma che a differenza sono la creatività, l’innovazione la scoperta che incidano maggiormente sul mercato e permettano a quel suddetto marchio di diventare un brand internazionale ed apprezzatissimo in ogni senso.
Scusatemi se sopra leggete le mie due righe da sole, ma inavvertitamente sulla tastiera h premuto il tasto invio ed è partito il post prematuramente.
Comunque a parte le vicissitudini personali di Lapo tanto per riallacciarci al discorso toccato da Gian e da Ninettovero un blog è libero proprio per permettere ad ognuno di noi di dire le proprie ragioni e riflessioni, ma lasciate vi prego da parte questi sciocchi moralismi perchè ognuno di noi nella vita avrà commesso delle sciocchezze, o alzato il gomito, ma questo non preclude il fatto che non si debba essere ottimi manager o validi imprenditori.
Con la speranza che nessuno si possa essere offeso di questa mia vi saluto con affetto
W ITALIA INDIPENDENT!!!
July 23rd, 2008 at 2:35 pm
Penso sia una scelta coraggiosa non identificarsi con un ” tatuaggio di identificazione “.
Sicuramente è più gratificante per chi compra, comprare qualità, innovazione, materiali tecnologici e identificare il prodotto mediante gli input costruttivi. Il coraggio paga sempre.
July 23rd, 2008 at 2:39 pm
Un logo è un segno neutro. Una icona. Un portatore di significato che diventa “simbolo” di quel significato e quindi concetto conosciuto da tutti con lo stesso identico sinificato.
In questo caso non ha valenze positivie o negative. Identifica.
I nostri loghi sono i tratti somatici o la firma. La calligrafia. Siamo un po’ loghi di noi stessi.
Nella produzione credo sia necessario identificarsi con un “segnale” (significante) che sintetizzi l’idea di ciò che si è. Anche per brevità di assimilazione visiva. Diverso impatto avrebbe una descrizione dell’azienda o il nome per esteso o semplicemente un acronimo (FIAT ad es.).
Il problema nasce dal momento che non esiste più la critica del prodotto ed il “logo” sostituisce totalmente ciò che invece deve solo evocare.
E’ il caso esatto di ciò che dice honnete.
E’ questo però un meccanismo interessante che affonda le sue radici in tutto ciò che ci siamo detti in vari post passati.
Non so se qualcuno, più ferrato di me nell’argomento, abbia studiato le dinamiche di assimilazione dei loghi e la graduale sostituzione del significante (il logo stesso) con il significato (la sostanza del prodotto insomma) e le sue implicazioni sulla psicologia dell’acquirente. Certamente si. mi piacerebbe saperne di più, qui.
Il post di Antheus è però anche rivolto alla diffusione del concetto che invece ha seguito la I-I nell’adottare il simbolo (anche abbastanza criptico) che la caratterizza. Lineetta-punto-lineetta. Un finto alfabeto Morse che invece “sdraia” le I in orizzontale e le separa con un semplice punto.
Interessante sviluppo (chi l’ha fatto?). Forse più un codice per gi adepti che un’icona vera e propria.
In alfabeto Morse significherebbe TET. Che come inizio è promettente direi….
Il vero logo della I-I è però il viso di Lapo. Lo so. Non dovrebbe essere così, ma è così.
Uhm, continuo a non capire… io di solito il taxi quando lo prendo lo pago, a meno che non sia fucsia. In quel caso lo ritengo mio…

July 23rd, 2008 at 2:40 pm
Il logo per un’azienda è come il nome per una persona, lo identifica. Sei Lapo Elkann e quindi devi fare certe cose dirne certe altrei nsomma hai una certa etichetta (il nome è questo, se sei famoso, se sei un signor nessuno allora non conta molto). il logo per un’azienda è quasi la stessa cosa, a nessuno importa che se ti compri un paio di denim di Armani hai un prodotto scadente importa che sia Armani, è il logo. Poi ci sono quelli che proprio per il fatto che sei famoso (causa cognome) pensano che tu sia idiota o peggio cercano di sfruttarti, o evitano di comprare un prodotto perché griiffato in un certo modo.
Meglio puntare sulla creatività e sulla qualità e far passare il logo in secondio piano così forse le persone cominciano a vedere che quello che conta non è il logo, ma quello che c’è dietro, coè la creatività l’impegno e la rodzione. Allora ha ragione honnête provocateur abbiamo perso il senso del tatto ci basiamo solo sulla vista del logo, perché se vedi certi prodotti anche la vista ti dice che sono schifezze. tutto qui…
July 23rd, 2008 at 2:42 pm
ma non e’ che se mi compero qualcosa di I-I ,mi arriva il lapo e se la prenda tanto e’ sua.che figura di merda a capri. ciao ivanoz
July 23rd, 2008 at 3:06 pm
leggero non invasivo………cazzate anche _._ e’ un logo. punto e basta, punto e a capo punto e virgola non facciamoci vedere ignoranti.ciao ivanoz
July 23rd, 2008 at 3:12 pm
Un groosso saluto a tuttti,anche al Grande Piper Antheus a te un abbbraccio speciale,finalmente sono tornato x sempre,misssione finita!!!!!!!!
July 23rd, 2008 at 3:25 pm
Credo che oggi soprattutto il logo identifichi l’appartenebza ad un gruppo ideologico in senso ampio.
Con il marchio indossato una persona cerca di far capire a chi lo osserva al primo impatto i suoi gusti estetici ed il suo modo di pensare.
L’esempio piu’ eclatante si nota al mare con i costumi da bagno.
Per me il Logo(io lo chiamerei indicatore) per percepire una persona sono le sue scarpe e come le cura.
July 23rd, 2008 at 3:41 pm
..quindi le infradito alla livornese che ti fanno percepire?

July 23rd, 2008 at 3:59 pm
ivanoz: è il logo ad essere leggero _._ e non invasivo è il modo in cui lo mostriamo nei prodotti.
Prova tu a dire la stessa cosa per Ralph Lauren, John Richmond o certe cose di D&G.
8: il logo è stato sviluppato dal compianto Paolo Ettorre della Saatchi su un’idea di Lapo.
July 23rd, 2008 at 4:09 pm
Ci risiamo, tutti a dire che Lapo non capisce una mazza.
Secondo me siete tutti piuttosto invidiosi.
L’ invidia è una malattia che logora chi la prova e fortifica chi la subisce.
Darwin parlava di selezione naturale.
July 23rd, 2008 at 4:11 pm
D&G!? E’ il logoooo? aaahhh… pensavo che il prodotto fossero le tre lettere ed il logo invece le borse….
mamma mia che figuraaaaa
July 23rd, 2008 at 4:30 pm
logo grande, logo piccolo, logo impercettibile……..ci deve essere sempre qualcosa che identifica il prodotto……..le misure dei loghi sono strategie di vendita……abbiamo visto il cavallino di R.L. crescere a dismisura , la scritta RICH in grande sui culi ,le DG divenire sempre piu’ immense e _._ sui passanti dei pantaloni…..togli il tutto, NON SI VENDE PIU’. grandi o piccoli ,leggeri o invasivi sti loghi ci devono essere………a parita’ di qualita’ e di prezzo si vende sempre il prodotto con il logo piu’ riconoscibile di altri. quando avrete bisogno di fare cassa(vi auguro di no) anche il vostro logo diverra’ piu’ “invasivo”.ciao ivanoz
July 23rd, 2008 at 4:38 pm
Io vivo nella speranza che la gente smetta di “griffarsi” di loghi e inizi a cercare la qualità che stà dietro ad un’etichetta.
E quando dico qualità dico anche creatività, onestà, rispetto per l’uomo e per l’ambiente.
Trovo che il vostro logo rappresenti perfettamente e in pochi tratti uno stile pulito, ma soprattutto nuovo.
July 23rd, 2008 at 5:03 pm
Le infradito Livornesi sono un caso a parte,perche’ a dominare e’ l’istinto primordiale.
Li ci vuole il terzo senso,”l’olfatto” e quindi il piede andrebbe fatto annusare da un cane del luogo e vedere la reazione che ha.
July 23rd, 2008 at 5:57 pm
Il problema fondamentale, a mio avviso, è che in questi anni si è abusato del logo e della sua forza comunicativa. E il logo, come dice giustamente Otto, si è ormai andato a sostituire al prodotto nella fase di acquisto. Il logo è uno dei 5 fattori che vanno a comporre gli elementi grafici della brand identity. Può essere costituito solo dal nome o dal nome del marchio con un simbolo. Di solito è molto importante scegliere con cura il proprio logo di marca, perché è qualcosa che accompagnerà l’azienda per il resto della sua vita, ne sarà il biglietto da visita principale; per questo deve risultare sempre attuale e non seguire le mode del momento. Un esempio di logo ben riuscito, che non a caso non ha subito modifiche negli anni? IBM. Dite International Business Machines e nessuno vi capirà. Dite IBM e chiunque saprà di cosa state parlando. Il suo logo è in perfetto accordo con la tipologia di prodotto venduta dall’azienda. Le linee richiamano lo schermo dei monitor; le lettere sono grandi, chiare, ben distanziate; il colore blu è sinonimo di affidabilità, efficienza. Lo scopo del logo deve essere dunque quello di comunicare immediatamente al consumatore l’idea alla base del brand, oltre alla sua percezione di marca, il suo universo valoriale, e garantirne la riconoscibilità. Difendo teoricamente il logo per la sua capacità di sintesi, per l’immediatezza, fondamentali nella comunicazione della nostra epoca. Riesce a comunicare con un solo colpo d’occhio con il consumatore, sia che questo voglia oppure no. Per tutto questo lo reputo uno strumento utile. Ma nel corso di questi ultimi anni c’è stata un’esasperazione da parte delle griffe di pret-à-porter, per citarne alcune tra le più bersagliate ormai Dolce & Gabbana, Cavalli, ma anche Sweet Years, Baci & Abbracci, la ormai fallita Guru e tante tante altre. Astute nel puntare solo sull’immagine, nell’offrire l’effimero ( Lipovetsky e il suo “L’impero dell’effimero” docet ), ciò che i consumatori, o meglio, la maggior parte di essi, desiderano. Il tutto ovvio a discapito della qualità, del tessuto, dei materiali, della manifattura come sostiene Honnete. E ancora una volta torniamo al solito punto : al consumatore che non sa, o non vuole, scegliere ciò che è più valido. Cito ancora due esempi : un vostro “partner” Arfango e Car Shoe, possiedo scarpe di entrambi i marchi, conosciuti seppur con loghi non tanto visibili; basta soltanto il tatto a capire che sono fatte in vera pelle. Eppure la gente preferisce la striscetta rossa che spunta dalla suola delle Prada ( tra l’altro pesantissime ). I-I credo sia una delle prime aziende italiane ad iniziare a remare controsenso. Dall’eccesso di visibilità del logo alla sua quasi totale sparizione. Personalmente sono molto più attratta da prodotti che al tatto e a prima vista mi colpiscono, il logo e il marchio sono secondari. E quando questi non ci sono o sono nascosti sono maggiormente incuriosita dal prodotto. Non sposo l’idea di una mancanza completa del logo, credo sia anche controproducente per un azienda, ma l’idea di un logo più discreto, applicato in posti più inconsueti e in armonia con il prodotto, credo sia ottimale oggigiorno. D’altra parte anche il piccolo e riservato logo di I-I comunica già molte cose sull’azienda : prima di tutto il nome, anche se abbreviato in una sigla; il colore nero, sinonimo di un lusso non ostentato; la simmetria del logo, preferibile di solito agli occhi dei consumatori; il minimalismo, che si ritrova nell’abbigliamento come nei vasi, nei candelabri. Una sorta quindi di logo-no logo.
July 23rd, 2008 at 6:20 pm
XAntheus
il logo di I.I è leggero, il modo di mostrarlo non è invasivo, e hai spigato il perché…… mi incuriosisce sapere come siete arrivati all’attuale logo….quali ragionamenti e ipotesi scartate?
Grazie
July 23rd, 2008 at 8:26 pm
Frequento un ipermercato vicino casa dove spesso incontro famiglie Rom bene,anzi, benissimo visto che arrivano a fare la spesa con auto da 100.000 euro in su.Sono famiglie importanti e molto ricche.
La cosa che mi ha colpito e’ che sono griffate dalla testa ai piedi ma con capi che si avvinano molto alla loro cultura gitana.
Mi hanno colpito i loro gioelli, orecchini e collane d’oro massiccio con il logo D&G ripetuto comtinuamente dal peso ipotetico di di1 o 2 KG per le collane e mezzo chilo ciascuno per gli orecchini.
A me sarebbero cadute le orecchie in terra ma me ne sarei accorto per il classico rumore dell’oro che sbatte in terra.
July 23rd, 2008 at 10:48 pm
Caro Lapo, un consiglio da profana. Sei stato universalmente riconosciuto icona fashion, simbolo di avanguardia ed esempio di stile. A mio avviso dovresti trasmettere alla collezione la tua personalità ed il tuo estro creativo che nulla hanno a che vedere con tessuti tecnici e tagli impersonali. Buone Vacanze.
July 24th, 2008 at 8:42 am
..io vedo ragazzi con maglie assurde con scritte di D&G grandi come tutta la schiena…cose improponibili eppure in molti evidentemente le comprano!..per carità..ci sono stilisti che creano anche molte linee carine..particolari nei colori e nei modelli ma senza ostentare per forza il marchio in vista!..qui da me non ho mai visto un negozio che venda la linea I.I…sarei curiosa di toccare con mano le creazioni!..certo consapevole che potrei solo vedere..e non comprare…
July 24th, 2008 at 8:43 am
Honnete e Danilo: a mio avviso non sono solo le scarpe a dire di una persona ma come si muove. Conosco gente che anche vestita di stracci sembrano dei re… è il modo di camminare, i micro gesti, ecc. Certo, dalle scarpe che usa poi capisci quanti anni ha.
Buona giornata
July 24th, 2008 at 9:10 am
ma che vi è cascata una U?
July 24th, 2008 at 9:52 am
ah ah…i piedi…. i cani scappano…. Meglio le stringate allora… Ma qui c’è odor di scoglio e alghe… L’alga più diffusa è la Posidonia. Ce n’è a sfare ovunque, soprattutto sulle spiagge dopo le maestralate. Ma i Verdi l’hanno fatta inserire tra le specie da proteggere. Un alga comune! Ora i turisti cambiano spiaggia per la puzza mentre le Posidonie arenate costituiscono il monmento effimero alla stupidità della politica.
Honnete: mi sembra di conoscer il cognome di quelle famiglie che citi. Più che ROM sono zingari e stanno a Roma da generazioni facendo i loro traffici (più che altro strozzinaggio) impunemente. Qualcuno lo hanno arrestato un mese fa mi sembra. Un mio amico di qui, arredatore, fu chiamato da loro per riarredare una delle loro ville di borgata. Ci mise circa un’oretta per arrivare e decidere di fuggire alla svelta. Mi ricordano un po’ i fratelli macellai del film “Rimini Rimini”, nell’episodio di Maurizio Micheli con la bella Laura Antonelli…..
Lasciamo che si vestano di griffe… Se Claes Oldenburg fosse più presente alle cose di questa realtà farebbe delle griffone gigantesce in acciaio o in plastica bianca.
Se le faccio io poi dicono che copio lui. Ma se lui non le fa perchè non farle? Un’enorme D&G alta trenta metri, gonfiabile, nel centro di Milano e poi con una punta accuminata….PUFF.
Bella performance eh?
Uff…..
Concordo ance con Alix…
July 24th, 2008 at 12:01 pm
artisticando: ovviamente tutto è partito dal nome che doveva contenere il concetto dell’italia e dell’indipendenza. Una volta deciso il nome, volevamo che il logo fosse l’acronimo del nome ma, nello stesso tempo, anche un segno grafico leggero ma .
Le due i dirtte facevano troppo “torri gemelle” e “pause”, quindi è stato deciso di sdraiarle con il puntino in comune. In più sembravano anche degli occhiali superstilizzati e gli occhiali sono stati i primi personal belonging realizzati.
Questo è quanto.
July 24th, 2008 at 1:05 pm
ok…grazie Antheus
July 24th, 2008 at 3:06 pm
Italia, “indipendente” scritto in inglese.Mah! Un po’ coloniale questa idea di indipendenza “dell’eccellenza italiana “.
O no?
July 24th, 2008 at 3:30 pm
…magari riuscissimo a “colonizzare” le nazioni anglosassoni con le nostre eccellenze, Mario…..
July 24th, 2008 at 5:56 pm
….Indepedent come anche Internazionale ( e International che dir si voglia )…la colonizzazione passa anche dall’Inglese….
July 28th, 2008 at 11:25 am
@honnête provocateur : hai completamente ragione ma se noti tutte quelle ditte che lavorano filati pregiati (loro piana, malo, colombo) non hanno mai loghi in vista o addirittura nella maggior parte dei casi non ce l’hanno proprio….forse perchè anche loro pensano che ai loro clienti interessa più la sostanza del prodotto che ostentarlo e basta …
July 28th, 2008 at 11:30 am
…poi tanti brand invece si sono nascosti completamente dietro al proprio logo, in quanto vende e senza nessun tipo di remora lo sfruttano e basta… rimango del parere che le persone che posseggono un po’ di stile e si sanno vestire difficilmente mettono in mostra un logo…
July 29th, 2008 at 3:30 pm
Logo (attualmente)= una semplice appartenenza ad una “casta”, null’altro…non identifica + il prodotto in sè. Da qui l’esigenza di copiare oltre i prodotti con il logo, anche il logo stesso. Il logo é semplicemente business o il modo perverso di esprimere il proprio “potere”, la propria influenza su questo pianeta. E’ come un graffiti cretino su un muro di una proprietà privata, se esagero… diventa sporcizia, perchè visto e rivisto ovunque e troppo spesso, invecchia velocemente e perde il proprio fascino…come una donna troppo usata e poi spenta. In realtà, a mio parere, é il modo più sbagliato per lanciare un prodotto di alta qualità, oggi come oggi!!!
buone vacanze Lapo e I-I
E’ una polemica la mia, senza soluzione, forse! E per dire che non si può parlare di logo semplice e logo…complicato; logo é LOGO.
August 2nd, 2008 at 2:21 am
il peso dei loghi nella società: un bel titolo per una tesi di laurea(forse), e pane quotidiano per avvocati e consulenti nel campo degli intangibles. ma come si fa a misurare il valore di un logo? a distinguerlo dal valore del prodotto? bravo chi lo capisce!