Design and Elastic Mind

(di Antheus)

Per chi ha intenzione di andare nei prossimi mesi a New York, il mio spassionato consiglio è quello di andare a vedere al MOMA la nuova mostra intitolata Design and the Elastic Mind che è stata voluta e realizzata da Paola Antonelli, curatrice del settore design del MOMA (fino al 12 maggio). La mostra è molto interessante perché coniuga gli oggetti di design con concetti provenienti dalle avanguardie della ricerca scientifica secondo il criterio dell’intelligenza elastica, ossia quello dell’adattabilità e dell’accelerazione, cioè le caratteristiche indispensabili per rincorrere i cambiamenti della società in cui viviamo.

Insomma, una tema complesso ma contemporaneo e che introduce, tra l’altro, un paio di concetti interessanti su cui riflettere e che possono modificare quello che gli americani chiamano il design thinking. Oggi il designer è colui che è in grado di afferrare il senso dei cambiamenti in atto, nella tecnologia, nella scienza, nella storia (cambiamenti che richiedono un adattamento dei comportamenti sociali), e riesce a tradurli in oggetti funzionali e con un “impatto” positivo sull’esterno.

Mi sembra poi interessare l’idea di estendere agli oggetti il concetto di “beta” (utilizzato per siti internet e software per intendere una versione del prodotto non è ancora perfezionata), ovvero mettere sul mercato, con modalità diversificate, prodotti non ancora perfettamente finiti: in questo modo viene istituzionalizzato il “work-in-progress” e si valorizza la collaborazione con le persone che comprano e che diventano esse stesse, attraverso suggerimenti e miglioramenti, co-autori del prodotti.

1205595512517.jpg

8 Responses to “Design and Elastic Mind”

  1. ottovolante fucsiaman Says:

    No. Sul “beta” non posso essere d’accordo. Così facendo si scaricano sui clienti i costi di “testaggio” dei prodotti tagliando di fatto i tempi di immissione nel mercato a tutto conforto del guadagno dell’azienda.
    Il concetto di prodotto finale è sempre stato quello di raggiungere il più alto livello di perfezione possibile al momento per quel prodotto. Ovviamente per ciascuna fascia nella quale esso si colloca.
    Accettare che l’oggetto acquistato sia addirittura perfettibile fin dal’inizio e quindi imperfetto solo per “verificare” dove esso debba essere modificato, scarica l’azienda dalla responsabilità delle scelte dovute, dalla ricerca, da un conseguimento di una filosofia d’impresa a favore del qualunquismo delmercato. Il prodotto diventa quindi ciò che il mercato chiede e non più un tratto distintivo del marchio o del design. Viene meno il senso “ecumenico” del fare design, ovvero il desiderio di “imporre” al pubblico una scelta ponderata (ovviamente anche sulla base di ricerche di mercato) in nome della ricerca e dell’innovazione.
    Un’abdicazione al volgo in nome dell’elasticità e dell’adattabilità. Che sono concetti ben positivi se applicati alla disponibilità alla comunicazione ed alla comprensione delle diversità del mondo, ma abbastanza pericolosi se diventano armi di cambiamento delle ideologie e delle filosofie dei prodotti.
    E’ anche un’abdicazione dell’intelletto e dello studio alla massificazione delle esigenze. E capisco che in un mondo che mette al centro dell’esistenza, l’esistenza del mercato tutto non può girare che intorno al mercato e quindi al raggiungimento della massima soddisfazione economica per il produttore.
    E’ un po’ il discorso delle TV commerciali dove la tirannia dello spot infanga la necessità di operare programmazioni culturalmente più elevate in nome di gradimenti di massa e sharing che con tutto hanno a che fare men che con la cultura.
    Andiamo quindi verso una società sempre meno acculturata, in cui verranno a mancare le forme professionali guida, le singolarità, i cervelli pensanti, gli intuitori, i creatori, per favorire invece l’afflusso di idee della massa. Una creatività “dal basso” che, dato l’appiattimento cerebrale delle masse, porterà al collasso della creatività stessa fino all’avvento di nuovi Redentori che saranno in grado di dirigere i processi creativi di nuovo con il sistema della qualità verticale.
    E’ un po’ ciò che è avvenuto con i colori delle auto, ormai abdicati a tre o quattro, in nome del gradimento delle masse, le quali però non concepiscono più un auto colorata solo per il fatto che non se ne vedono molte in giro e non se ne vedono in giro perchè non vengono richieste e non vengono richieste perchè non vengono proposte, e via così.
    Fatto sta che fenomeni verticali di design, invece, come la Smart o la Ipsilon, fregandosene della massa, hanno favorito lo sviluppo di auto colorate, andate a ruba.
    Al solito, le paraculate per lavorare meno e guadagnare di più vengono dagli States, dove di massa ce n’è tanta, ma di cultura molta meno.
    Di Beta lì c’è tutto il loro sistema decerebralizzato. Solo che sono rimasti alla release 1.0

  2. Antheus Says:

    Beh, non è che vendi un prototipo o un prodotto “beta” alle stesse condizioni commerciali di un prodotto finito, e ovviamente non lo vendi in un negozio classico e non a tutti…

    Se vuoi saperne di più ti consiglio di ascoltarti questa intervista a Paola Antonelli qui
    http://www.core77.com/broadcasts/src/core77_broadcasts_elasticmind.mp3

  3. silvia Says:

    “Oggi il designer è colui che è in grado di afferrare il senso dei cambiamenti in atto, nella tecnologia, nella scienza, nella storia (cambiamenti che richiedono un adattamento dei comportamenti sociali), e riesce a tradurli in oggetti funzionali e con un “impatto” positivo sull’esterno”

    nn potevi utilizzare parole migliori!!perfettamente daccordo cn te!

  4. ottovolante fucsiaman Says:

    …antheus: certamente. O meno certamente questa dovrebbe essere la teoria. Ho utilizzato software venduti come completi che invece erano versioni beta immesse velocemente sul mercato e che con la scusa del servizio assistenza si upgradavano sulla base dei problemi dei clienti. Il loro prezzo era pieno.
    Ora, finchè si parla di ricerca filosofica o di ricerca comunque esibita in contesti come quello che hai suggerito, la cosa può risultare scevra da tentazioni “al ribasso”. In quei termini, la “betizzazione” di alcuni prodotti viene assimilata come ulteriore dote (valore aggiunto) al prodotto stesso, unendo alla genialità del creatore i suggerimenti comunque utili di qualche cliente. Non sempre i creatori hanno l’intero quadro della situazione in mano per cui ogni ulteriore appoggio al risultato finale non può venire che benvoluto.
    Diversa sarebbe la più prosaica conseguenza, in un trend consolidato del fare “beta” supponiamo tra tutte le aziende, che il prodotto uscirebbe a gara con quelli concorrenti e quindi privo delle necessarie garanzie che la normativa stessa prevede.
    Dobbiamo allora pensare alle versioni beta o come prodotti ad albero, le cui funzioni ulteriori possano costituire optional della funzione base (quella sì perfetta) o come prodotti di rilevante funzione estetica, per cui ogni versione ulteriore appaia come lifting pseudofunzionale, magari utile anche per giustificare ritocchi di prezzi.
    Altrimenti non riesco ad immaginare, nella realtà provata, una forma di controllo che dia le garanzie dovute per Legge ad un prodotto che per definizione non è completo o completamente testato.
    Il prezzo dovrebbe essere ovviamente inferiore. Ma poi di cosa stiamo parlando? Escluso il software. Quale altro prodotto può essere assimilato in una concezione “beta?
    Come sarebbe una borsa beta o un pantalone beta? Un lettore mp3 beta si pianterebbe durante l’ascolto? Una scarpa beta farebbe entrare l’acqua? Ovvio che debba considerare la betizzazione come una “mancanza” da colmare in progress, altrimenti il prodotto uscirebbe già perfetto e non si porrebbe il problema. Un’auto beta ha possibilità di entrare nel mercato? Ed a quale condizione? Su quali particolari si dovrebbe concentrare la betizzazione di un frigorifero?

    Elasticità. Mi ponevo un problema filosofico: non tanto la necessità di elasticità ed adattabilità a questo mondo. Ma la necessità che questo mondo continui sempre più a modificarsi anche nelle minime cose, costringendo le persone alle due qualità su esposte. Perchè di punto in bianco l’uomo, che è rimasto circa pari pari quello di duemila anni orsono, deve per forza di cose cambiare, modificarsi, rincorrere variazioni tecnologiche e cambiamenti della società? Perchè la società, strutturata più o meno sugli stessi schemi di secoli fa, deve per forza di cose cambiare? Cambiare verso dove? Verso cosa? Chi regola i cambiamenti? Mi sarebbe facile rispondere a modo mio: il Sistema, ovvero l’insieme degli interessi economici integrati tra loro. Nel bene e nel male, per carità.
    Ma io non accetto la rincorsa al nuovo tout court. Posso accettare un cambiamento meditato, una variazione di usi e tecniche che provi un progresso nella qualità della vita, non un regresso.
    Di fatto, se l’accelerazione delle cose del mondo non fosse così forzatamente evidente e innaturale, non si parlerebbe di adattabilità ed elasticità come di doti ormai imprescindibili dell’essere all’avanguardia. Solo pochi decenni fa, la società si fondava su una struttura familiare di tipo patriarcale o matriarcale, che comunque vedeva nella saggezza e nel passaggio degli usi tradizionali lo scheletro del progresso “sostenibile”. Questo, a dire la verità, ancora accade in tantissime realtà, prima di tutte quelle americane agricole del fuori New York. Cosa ha portato allora, solo in quattro o cinque decenni a modificare completamente i valori in cui identificarsi, a capovolgerli?
    Io credo ancora nei valori precisi, in quei pochi punti fermi su cui impostare la propria esistenza. E’ sintomatico, devo purtroppo ripetermi, che lo stimolo all’adattabilità ed all’elasticità venga da culture non propriamente rinomate per una profondità etica e morale, pur se si riempiono la bocca di patriottismo e bandiere. Personalmente credo ancora nella fermezza dei valori, qualunque essi siano e non nell’orientarsi delle bandiere a seconda di come va il mondo. Chi va per mare sa che le onde vanno prese in un certo modo. Occorre quindi adattarsi ad esse ed essere elastici nel decidere il da farsi. Ma la rotta non può cambiare. La boa è lì ed occorre arrivarvi.
    Credo che l’umanità abbia invece bisogno di punti fissi, dei quali non occorre vergognarsi. Punti che possono sì essere adattati alle esigenze delle varie culture ma che non possono perdere di vista la rotta ed il porto di arrivo.
    Naturalmente anche questa rimane una mia opinione che non vuole costringere nessuno alla condvisione….
    ;-)

  5. Alix Says:

    Io il 5 maggio mi fermo a New York..ma 3 ore dopo devo prendere una coincidenza per Miami..non credo proprio di farcela.. Sarà, ma ultimamente sento tanto parlar bene di Torino come nuova capitale italiana del design che non credo ci sia un impellente bisogno di andare fino in America. Vedi infatti poi la mostra “Scoprire il design. La collezione Von Vegesack” alla Pinacoteca Giovanni e Marella Agnelli…come Lapo potrà ben confermare…

    Beta sì, beta no. Per quel poco che ne so, direi beta nì. E’ vero che i beta test sono stati sponsorizzati principalmente dalle aziende americane; test che si sono rivelati molto utili quando i potenziali clienti sono eterogenei, le possibili applicazioni non sono tutte note, nell’acquisto del prodotto sono coinvolte più persone o quando si vuole trasformare i primi utenti in opinion leader. Certo, il concetto qui espresso da Antheus ha solo preso spunto da questi test funzionali, ma sbaglio o fa riferimento ad un modello giapponese degli anni 80 più che ad una trovata americana?
    Oggigiorno l’etica del coinvolgimento, della partecipazione è arrivata anche nel mondo dell’hi-tech contemporaneo, vedi Microsoft, Google, Yahoo; beta nel tradizionale vocabolario del software indicava uno stadio provvisorio di test e raffinamento e ora sembra dilagare sempre di più nella rete contemporanea.
    Direi beta sì perchè questo comporta una nuova centralità dell’utente. Direi beta sì perchè in realtà questo dovrebbe (uso il condizionale) portare a dei prodotti, dei servizi, già vicini alla perfezione e non più “in prova”; prodotti che si rivolgono a degli utenti sempre più esigenti, interattivi, competenti, il cui feedback è necessario a garantire la completa adattabilità dei prodotti alle loro esigenze.
    Direi però beta no per quanto concerne tutte quelle fasce merceologiche che non riguardano la tecnologia. Non so quanto sia veritiero e fattibile parlare di una beta borsa o di una beta car. E’ ovvio che è un concetto non applicabile a tutte le classi di prodotti, come va da sè che deve essere rivolto per forza ad un consumatore esperto, che conosce a fondo il prodotto, ne ha la percezione e le competenze tali per poter affermare cosa può essere modificato, cosa può essere apportato affinché, nel suo insieme, un prodotto possa garantire un reale valore aggiunto. Non è certo qualcosa a mio avviso che può essere applicato tanto facilmente al mercato di massa.
    Non mi è mai capitato di imbattermi in una versione beta di un software, ma certo, ci deve essere una differenza, come accade per i software dedicati, che vengono sviluppati in proprio da un’azienda o commissionati a terzi e risultano per questo più costosi perché fatti su misura, e i software standard, dove la procedura è già stata analizzata, progettata e viene così offerta ad un’azienda/persona comportando un costo inferiore ma portando con sé dei possibili rischi di discrepanze tra le esigenze dell’azienda/persona con le funzionalità offerte dal software. In questo quindi sono d’accordo con Otto, ci deve essere un differenza nel prezzo che rappresenti una differenza del servizio offerto.

  6. Fra Says:

    Cambio rotta su Torino (world design capital!)…qualcuno mi sa indicare qualche evento interessante per quanto riguarda il design?
    Grazie!

  7. Robertro Marcatti Says:

    Sono sempre più soddisfatto e contento che il design oggi si interessi sempre più di pèroblemi legati al sociale, e l’acqua è uno dei temi attuali e su cui in un futuro oramai non così prossimo potranno scatenarsi le prossime guerre.
    Questo breve preambolo, perchè sono il curatore della mostra internazionale dal titolo H2O - Nuovi scenari per la sopravvivenza, ed il progetto SOLAR BOTTLE, disegnato da Meda e da Gomez Paz, è stata fatto appositamente per questa iniziativa che insieme ad altre 150 proposte di grandi progettisti e designer stà girando il mondo.
    Mi dispiace, per la curatrice Antonelli, che nel testo di accompagnamento del progetto-prodotto selezionato, non si citi la provenienza.
    Touchè, è semprer più facile dimenticarsi e non citare il merito degli altri a favore del proprio.
    Vi consiglio di andare a visionare il sito http://www.h2omilano.org, pèrchè oltre al progetto di Meda-Paz altri due progetti hanno vinto dei Premi Internazionali.
    Grazie per l’attenzione.
    Prof. Arch. Roberto Marcatti
    Curatore saggio e mostra H2O - Nuovi scenari per la sopravvivenza

  8. Antheus Says:

    Roberto: Grazie della segnalazione. Proviamo noi a fare giustizia :-)

Leave a Reply