Homework

(di Antheus)

Ultimamente sono, o meglio, siamo interessati ad osservare l’evoluzione del retail, cioè di come le aziende, quelle più innovative, si stanno attrezzando per rinnovare i loro punti vendita, i loro flagship store. E’ evidente che il punto vendita sta diventando sempre più un nuovo media, quello più interessante, quello in cui si può comunicare al meglio i valori, i contenuti, i prodotti e - perché no - la filosofia di un marchio. Un punto vendita ben realizzato permette la relazione funzionale ed emozionale con le persone che si avvicinano al marchio. Molte aziende hanno quindi cercato di creare degli spazi che fungano da “facilitatori” dell’esperienza con il brand, che ospitino il marchio e i suoi potenziali acquirenti. Ci provò tanto tempo fa Renualt con i suoi ‘atelier’ al posto delle classiche concessionarie, poi anche l’Apple Store e la Nike House, esempi di luoghi dove creare una nuova relazione con l’avventore. Più rilassata, non coercitiva all’acquisto. Divertente e soddisfacente.

Ultimamente si sta creando la nuova tendenza di ambientare questi nuovi concept store all’interno di case o appartamenti creati ad hoc. Lo fece Diesel a Milano e lo ha fatto recentemente Chloe a Parigi per il lancio del suo nuovo profumo. Ma in entrambi i casi si trattava di case o appartamenti fittizie, messe su per l’occasione. Oggi crediamo che questo tipo di operazioni funzionano solo se sono autentiche e credibili.

L’argomento ci interessa, quindi ci ritorneremo su.

40 Responses to “Homework”

  1. Skeggia Says:

    Secondo me uno dei primi esempi di negozi non solo finalizzati all’acquisto, sono stati i MELBOOKSTORE, all’interno dei quali, a differenza di molte librerie comuni, c’è la possibilità di prendere un caffè leggendo un libro, senza l’obbligo di acquistarlo…
    Quando abitavo a Roma mi piaceva molto passare qualche ora all’interno del Melbookstore di piazza della Repubblica, mi rilassava..

  2. Paolo Convertito Blasio Says:

    io ricordo ciò che si realizzò a milano per la nuova lancia ypsilon..è per quel tipo di approccio con il cliente di lancia che ho scelto di acquistare una ypsilon multijet…..queste sono cose che a me piacciono….e credo che i flagshop debbano essere davvero come una casa accogliente anche se il cliente sceglie di non acquistare nulla….luoghi dove informarsi e aggiornarsi anche sui nuovi trend musicali, artistici,politici, in modo che ognuno possa formarsi una propria visione delle cose e delle persone…

  3. Antheus Says:

    Paolo: La ricordo anch’io quella di Lancia Ypsilon. Ma non era un po’ finta? Io è proprio quello che contesto…

  4. canto_libero Says:

    aggiungi pure etro a milano come punto vendita interessante ti senti a casa, una casa pacchiana ma pur sempre una casa che ben rappresenta ETRO, per me uno dei più bei negozi a milano, anche perchè al contrario di tanti che ultimamente si basano sulla freddezza dei materiali e anche sulla povertà degli interni (porto ad esempio i muri di molti negozi) nel negozio etro è tutto dorato colorato legno quadri tappeti luci calde.
    mi direte la solita cosa del tipo atmosfera fredda mette in risalto il prodotto e la sua qualità ma se entro da etro già so’ con che qualità ho a che fare, l’unica cosa che manca da etro è una commessa grassa vestita di arcobaleno,eh si quella gli manca ma ancora non l’hanno capito.
    si una donna grassa che ti serve mi farebbe proprio piacere specie in cittò come milano dove sono una rarità…
    per carità mi trovo benissimo con i gay ma non smetto mai di dirlo ai miei amici:
    perchè una donna dovrebbe farsi consigliare da un uomo a cui piacciono gli uomini?
    e che poco tollerano difetti fisici grasso e rughe a cui noi donne siamo maggiormente soggette proprio a partire da quegli anni in cui possiamo cominciare a permetterci di entrare in quei negozi in cui mi ritrovo sti individui?

  5. Paolo Convertito Blasio Says:

    e in effetti la casa lanciaypsilon non c’è più…condivido…

  6. Danilo Verticelli Says:

    ehm… che ne dite di chiamarli “punti vendita”?
    Forse flagship store è più “professional” ma un po’ “import”, piuttosto “trendy” ma anche molto “navy”, un po’ “tendence” e un po’ “brand”, un po’ “urban” e un po’ “shop”. Forse sarebbe meglio flagshop, come contrazione del concetto, ma si sa che per aprire uno “store” in Italia, occorre fare un “franchising” ed aprire una “credit line” con una “bank” altrimenti il “capital” chi te lo dà? (pardon) : chi te lo “give”?

  7. Danilo Verticelli Says:

    .. e poi innanzitutto occorre avere un bel po’ di materiale da esporre. Mica si può aprire un “loci”, il cui genius sta nel prodotto, se manca l’oggetto del contendere…
    Dipende al solito dalla brand, ovvero dal marchio di eccellenza, se è in grado o no di reggere dei negozi monomarca, tant’è che tutti quelli che si vedono in giro sono di grandissime SpA, con un notevole magazzino merce nel retro della produzione. Se il contendere è invece come realizzare i punti vendita, credo che questi debbano essere coerenti con l’immagine (aahh ’sta immagine, sempre tra i piedi!) che l’Azienda ha voluto darsi: sbarazzina, chic, snob, vicina, modaiola (trendy), popolare… Di solito non amo le porte chiuse e chi te le apre. Già questo è sintomo di malfiducia. Se deve stare uno sulla porta, ciò mi dice che quei prodotti costano molto (ovvero troppo NdA) e che tu sei un potenziale ladro. Cosa questa ormai diffusa visti i “gate” (cancelli) elettronici che qualsiasi medio “shop” (negozio) piazza all’uscita. Accettando pure i gate anti taccheggio (ma chi ruba e non ha i tacchi come viene definito?), che almeno i commessi abbiano un atteggiamento “friendly” (amichevole) e non “snob” (puzza al naso) da istruzioni del “Retail Manager” (responsabile della baracca) che ha fatto lo “stage” (riunione pallosa) di “upgrading” (aggiornamento) e “headwashing” (letteralmente lavaggio del cervello) da parte della “brand”… Quindi porte aperte, un bel bar, una musica diffusa che poi va in “compilation” (raccolta) dedicata, commessi preparati e normali, ben vestiti e professionali (senza “chewing gum” (gigomme) in bocca), magari pagati non a tre mesi ma almeno a sei. E poi neanche Gucci può obbligarmi ad acquistare niente (fa tutto schifo tra l’altro, roba da occhi a mandorla), perchè dovrei sentirmi in dovere di farlo?

  8. Mariangela Says:

    Alla fine finalmente, si riscopre il contatto umano anche perchè questi luoghi avvicinano le persone. Bene bene. Condivido questa innovazione futura che prende spunto dall’ intimo passato.

  9. Paolo Convertito Blasio Says:

    complimenti a lapo per il dopofestival..

  10. Antheus Says:

    Danilo : divertente il tuo commento. Comunque flagship store, non è un semplice punto vendita ma un puntovenditamonomarca.
    Però l’idea della compilation è vecchissima. Da te non me l’aspettavo.

  11. raffaela Says:

    danilo v. sei un bel tipo, sono andata a leggere i tuoi commenti, concordo sul fatto che i prezzi vanno controllati, però il raffronto tra la camicia di oviesse e quella I-I mi sembra un pò fuori luogo, ti spiego… quando vuoi pensare creare comprare (materie prime o semilavorati) pagare (dipendenti) mantenere i costi fissi di una struttura e tutto quello che concerne questa struttura aziendale (al 100% italiana) bè la musica cambia di parecchio… che sia di piccole o medie dimensioni .

    chiedi ogni tanto ‘perchè è così?’ prima di fare certi raffronti, che cmq di base non centrano nulla l’uno con l’altro.

    ho visto la collezione da uomo di gucci e non mi sembra malvagia, anche gli accostamenti di colore sono giusti, le scarpe mi sembrava che avessero la suola in cuoio, con quella sfumatura rossa sul collo, davvero carine, finalmente !!! perchè tutte sté scarpe con la gomma ci hanno un pò stancato… questione di gusto.

    per il resto ti porgo i miei complimenti, il tuo commento sù è davvero divertente, soprattutto quella storia della gigomma non fà una piega… baci e abbracci

  12. Antheus Says:

    Paolo: è la solita cazzata scritta da Dagospia.

  13. linopulcino Says:

    Un cordiale saluto a tutti voi in rete e un messaggio breve per comunicare la voglia di continuare a intergerire perchè tutto ciò che ci trasmettiamo ci darà sempre un risultato costruttivo per migliore il nostro mondo. Non ci sfiduciamo teniamo duro e aiutiamoci a contaminarci per mantenere in vita il network comunicatvo grazie e a presto con nuove idee pulcino

  14. Dario Ujetto Says:

    http://cavalieri-retailing.blogspot.com/

    Da anni la società per cui lavoro si occupa di punti vendita. Rompere gli schemi è diventato una delle vie per stupire il cliente…….

    Chi ha voglia di seguire tematiche retail può seguirci anche sul nostro blog (link scritto sopra)….

    Ho già lanciato tempo fa l’idea ad Antheus …… a quando un monomerca I-I

  15. Paolo Convertito Blasio Says:

    @antheus
    credevo fosse vera come notizia…
    quindi il festival sarà come al solito noioso…

  16. Antheus Says:

    Mah, il dopofestival lo conducono Elio e Le Storie Tese. I ragazzi sono situazionisti e malandrini al punto giusto. Può venire fuori qualcosa di carino.
    SInceramente, Lapo non ci combinava niente.

  17. Danilo Verticelli Says:

    Allora, metto un po’ d’ordine nelle mie idee poche e confuse…. :-)
    La compilation è più che vecchiotta. E allora? Anche la pizza è vecchia come ricetta eppure la si continua a gradire. Raffela non me ne volere per questa nuova iperbole che forse è metafora ma non metonimia…. Mica è detto che occorre per forza cambiare le cose ad ogni costo. Se una cosa funziona perchè no? La compilation non funziona più? O si passa per tamarri a riproporla anche se si avrebbe tanta voglia di farlo…. Non so. La buona musica è buona musica. Buddah bar è da anni che ce la mena eppure rappresenta una “flagship” (and anche shop) di successo. Occhio alle mode se si vuole durare….
    Come cita Raffela, Gucci che fa quasi sempre le stesse cose da decenni, continua a vendere; nonostante abbia un’immagine ormai per ceti anagrafici desueti e giapponesi in fuga dal lavoro… (insomma, almeno a Firenze l’idea che se ne ha è quella…)
    Il confronto con la famigerata camicia di Oviesse (se ci leggono loro ci denunciano) era (lo dico per la terza volta e poi rinuncio) non sulla qualità tecnica del tessuto, onesta per entrambi ma oggettivamente diversa, ma tra oggetti enormemente diversi in termini di prezzo, abbastanza diversi in termini di tecnica, poco diversi in termini di utilità.
    Domanda vecchia (come le compilation, ma si sa noi vecchietti a volte rimaniamo indietro…eheheh):cosa mi cambia a me se incontro Antheus e lui indossa una maglietta da 10 euro o una camicia di lino elasticizzato con risvolti in carbonio e portacandele nella manica? Pensi che il mio pensiero su di lui possa cambiare? Pensi che una camicia di Oviesse non vesta il “giusto” ? E perchè?
    Lo so. Cambia la luce del tessuto, la texture, la portabilità. Altra roba. Lo soooooooo. Ma se la condizione per far questo è spendere 200 euro, forse è meglio girarsi un po’ intorno, rendersi conto della vita reale ed accettare un’onesta camicia (se dico UPIM mi rovino eh?) di una boutique, fatta a mano a 90 euro (e già siamo su un gradino eccelso, da matrimonio intendo) o una industriale a 30 euro che in fondo copre e veste abbastanza bene i nostri corpi in decomposizione organica.
    Era un problema filosofico. Etico. Non merceologico.
    Aggiungo all’amico Antheus che lo so cosa vuol dire flagship, ma per me rimane pur sempre “punto vendita” che appunto presuppone alle spalle una grossa marca di cui fa da bandierina in quella città. Il monomarca è sottinteso. Che punto vendita sarebbe allora se vendesse più marche? Un magazzino? O dovrei dire uno “store” così mi ingrazio i bocconiani……
    Una ulteriore provocazione (deh): il continuare a dire che siccome la manodopera è italiana il prodotto deve costare di più non è pienamente un pregio in termini aziendali. Anzi, è un ossimoro. E’ un darsi la zappa sui piedi. Anche se è un lodevole intento e fine. Scopo di un’azienda è fare profitto e quindi aumentare i prezzi e diminuire i costi. Solo che in clima di competitività (come odio queso concetto) i prezzi devono tendere alla diminuzione e quindi o si chiude o si abbassano anche i costi. Questò è il capitalismo amici, volere o no. Ora, conosco bene, qui in Toscana, luoghi e città dove le cose di mezzo mondo vengono “create” da veri artigiani, la manodopera italiana che è presente ampiamente anche nei prodotti di altre marche, le quali però riescono a pagare ben poco ogni capo prodotto. Non sono anche loro italiani? E molti sono in regola con i contributi. E’ chiaro che loro producono migliaia di pezzi e quindi il costo fisso del dipendente è spalmato su più unità…
    Sostanza del mio discorso:se per fare un prodotto ho costi troppo alti e quindi devo imporre un prezzo molto alto, o ho un parco clienti sicuro e stabile (e non oso aprire un dibattito su questo punto) o alla lunga devo chiedere aiuto a qualcuno per conservare l’attività. E questo qualcuno altri non è che una banca. E’ quindi giusto che la I-I realizzi oggetti di fascia alta se ha un suo mercato che richiede quegli oggetti. Non ritengo giusto concettualmente invece che un’azienda nasca e si sviluppi su tale fascia “solo” perchè non riesce a rendersi competitiva per ragioni di costi. Ciò limita la creatività e costringe i creativi a salti carpiati per trovare prodotti “strani” su cui ricaricare un prezzo alto per giustificarne in parte i costi. Mi sembra un cane che si morde la coda…..
    Alla fine di tutto rimane l’enorme vacuità del genere umano che ha bisogno di “icone” da acquistare, da indossare, da esibire per illudersi di riempire l’assoluta mancanza di personalità e di valori che lo pervade. Adoro lo stile grunge. E’ fantasia, libertà, composizione. E nota bene che ho detto “stile” e quindi con almeno un minimo occhio alla composzione dell’abbigliato e non in pura casualità…
    :-)

    solito p.s.: Antheus, guarda che il CD della compilation lo intendevo in carbonio eh…..

  18. raffaela Says:

    da dove inizio?
    sei dotto e brillante però certi termini spieghiamoli in parole più semplici affinchè ‘tutti’ possano capire e seguire meglio i tuoi discorsi, che io sia chiaro, apprezzo e leggo con interesse soprattutto da quando ho visto quella faccetta simpatica. però dico, troppo fuxia!!!!! potevi spezzare con un tono di grigio sfumato non sò… gli occhiali per caso???

    frida giannini è una donna in gamba lasciamo che si esprima, anche se tom ford è stato unico per me, ero piccolina (tu pensa che non ho neanche 30 anni), ricordo ancora quella pubblicità con una G ritrattata su una parte molto intima. ricordi? e poi come si dice.. non c’è profeta in patria.

    a quella che tu definisci provocazio io rispondo: ma tu lavori per la patria? le tue provocazioni non sono provocazioni ma dei discorsi un pochino scontati a cui però è quasi obbligatorio rispondere, perchè sei simpatico e sai impostare questi discorsi nel modo giusto.

    proprio oggi parlavo con un amico italiano che lavora in tunisia per imprenditori italiani per il prodotto x, sai quanto costa un operaio mensilmente lì? se non erro 60 euro punto.
    ora come faccio a spiegarti che un dipendente italiano vale 10 volte in termini produttivi, 10 dipendenti tunisini, e io sono la prima a chiedermi, ma se devi metter sù una fabbrica con 500 persone circa e addestrarli (perchè devi pure insegnargli un mestiere che forse un giorno ti ruberanno) non fai prima a restar nel tuo paese, ne prendi di meno (molti di meno per lo stesso risultato) dai da mangiare a famiglie italiane, e tu imprenditore magari invece di guadagnar 10 guadagni 7 rinunci a qualche comodità.

    il prodotto danilo costa oggi perchè in italia il portafoglio degli italiani è vuoto, quindi ti sembra che costa, ti ricordi i tempi della lira? io ricordo che tutti compravano tutto e il mercato (le bancarelle intemdiamoci) ero vuoto, tanto che pensavo che fosse ormai in estinzione, c’era benessere per tutti e in pochi avrebbero fatto polemiche per un paio di occhiali da circa 7cento mila lire (per dire).

    oggi è la tasca che parla punto. produrre in italia non è un male e non pensare che ci diamo una zappata sui piedi, io non la vedo così, voglio il giusto equilibrio e se riesco ad ottenerlo nel mio paese sono più che soddisfatta, in tutti i sensi. sono tante le voci da citare ora e se pensi che uno non vende solo sul nazionale ma anche fuori bè ci sarebbe da aggiungere.

    potrei aggiungere che un giorno a n y mentre passeggiavo un nero intona una canzone per dirmi semplicemente ‘ecco un’italiana si riconosce da come è vestita’. questo per dire che noi italiani non passiamo inosservati e il nostro stile il nostro gusto ha un valore, è giusto che si paghi.

    io vado per la praticità il tuo discorso deve poggiare e toccare con mano una realtà aziendale perchè per me tutto va vissuto giorno per giorno e non sono tanto i prezzi che devono diminuire ma gli stipendi semmai.. che devono aumentare per far tornare molti equilibri, primo frà tutti il potere di acquisto appunto.

    dire che lo scopo di un azienda è fare profitto è giusto perchè penso che neanche tu lavori gratis e hai un valore che è giusto riconoscere (anche in termini economici) come tutti, tra aumentare i prezzi o diminuirli (per competere) e diminuire i costi deve esserci per me un equilibrio dove onestamente nessuno ci rimette, noi siamo anche consumatori finali, tu vuoi pagare una camicia a 19 euro però, e pretendi che il tuo lavoro e la tua bravura siano riconosciuti in termini economici (perchè non puoi campar d’aria giusto?), tu dimmi ora io azienda come mi pongo? cosa devo pensare? che predichi bene ma razzoli male… quì è tutta una catena danilo, bisogna per me trovare degli equilibri prima di tutto le parole stanno a zero a volte… bisogna far fatti bisogna tornare a lavorar in italia, i sacrifici dobbiamo farli ‘tutti’.

    non mettere in mezzo il terzo mondo o la povertà ora perchè quello è un altro discorso, potrei risponderti che nei paesi all’avanguardia l’uomo soffre di solitudine e ci muore, di casi ne conosco, quindi la sofferenza lasciamola per un altro discorso, che ne pensi?

    bacioni

  19. Azzurra Says:

    cari I-I sono tornata a trovarvi on line perchè l’argomento mi interessa, ho lavorato nella vendita al dettaglio per abbastanza tempo ed in questo periodo sto assaporando l’emozione di stare dalla parte esclusiva della cliente; vedo che il sito non è cambiato e ne sono felice perchè lo stile minimal inizia a piacere anche a me, che l’ho sempre preferito nel vestire, lo sto scoprendo nell’arredamento e nell’architettura; ho visto che qui le buone idee son ben accolte, se potessi aprire un punto vendita al mondo lo chiamerei “stuff gallery”, non proprio un museo, ne un magazzino, neppure un negozio, perchè non ho mai amato trattare sul prezzo, le rare volte in cui l’ho fatto è stato per schivare la snobberia che penso ispiri quel tipo di trattative; una galleria di roba, certo è un nome un po’ pretenzioso, ma nulla a che vedere col mercatino delle pulci, che tra l’altro non ho mai visitato;
    per la comunicazione c’è l’internet point, dagli amici detto anche lo “stargate”;
    tuttavia io ho ristabilito il mio contatto col mondo dopo un paio di giorni di isolamento passato a studiare i sintomi e lanciare antivirus, i 290 files infetti che mi disturbavano la connessione sono stati eliminati, viva la tecnologia!

  20. Kissakì Says:

    effettivamente i trend nel retail sono diversi…ci sono ancora come viene già accennato qui sopra i gorilla alla porta…ci sono commesse snob nei negozi…io credo che anche i negozi siano conversazioni…per una azienda oggigiorno avere del personale qualificato negli store per avere immediatamente un ritorno dal mercato è decisamente importante…ma spesso trovare commesse così preparate è raro anche perchè la fedeltà alla marca della commessa è commisurata al suo portafoglio…ma credo appunto che il falgship store deve essere sia un media che una conversazione…sarebbe bello per conto mio avere una sorta di casa con negozio al piano terra e bar ristorante al primo piano gestito come punto di aggregazione intorno ad un marchio…il tutto curato con la medesima filosofia e soprattutto senza farlo diventare un ritrovo di gente alla ricerca di ritorno di immagine come il Cavalli Cafè o il Gold bensì un punto di sviluppo culturale di una nuova elite creativa o con la passione del fare. Gestendolo quindi come un concetto unico inscindibile.

  21. Danilo Verticelli Says:

    Raffela… sono in parte d’accordo con te. Due parole sulla faccetta. Il fucsia ha un valore per me concettuale ed io mi vesto come sento di fare, non per accoppiamenti. Non sentivo la necessità di spezzare perchè così intendevo la mia moda. E’ una immagine particolare, lo so. Come le altre cose che utilizzo, ma non è un’immagine tout court. E’ una mia essenza e quindi la utilizzo finchè la riterrò giusta. Sei hai visto in giro per il sito ci sono altre foto qua e là di me e lì mi “spezzo” con altri colori ma, come disse Tamara, “io non seguo la moda, io sono la moda”. Chi mi ama mi segua. Chi non mi ama dica pure la sua. ehehehe :-)
    Per chi tifo? Per nessuno. Per l’umanità. Forse per l’aldilà. Non sono interessato all’economia. Cioè mi fa schifo. Non la condivido. Non condivido il concetto di essere obbligati a lavorare per campare, nè di essere obbligati dal sistema, che ha elevato di molto l’accessibilità ai beni necessari, a lavorare come uno schiavo per la necessità di dover pagare le rate che mi consentono di avere il minimo indispensabile che questa società di merda ci obbliga ad avere. E non parlo di telefoni, ma di casa, bollette, ecc. Quindi tifo per l’UOMO. Tifo anche per chi campa d’aria e mette in primo piano la propria anima ed il fatto che questa vita in fondo è un velocissimo passaggio verso mete più fondate e lunghe. Tifo per chi ha il coraggio di alzare la testa, ma non contro il “padrone” come direbbe Fidel in un altro blog forse, ma contro ciò che è diventata questa vita.
    Tifo per chi ha gli occhi e vede, per chi ha la lingua e parla. Ma questa società del compra-vendere non consente tali personaggi. E la mattina riversa formiche nelle metropolitane come deportati nei vagoni merci. Stipati, boccheggianti, assonnati, tristi.
    L’Italia è depressa. L’Italia è triste. Le leggi, le continue leggi sulla sicurezza, sulle norme europee, su qualsiasi cosa serva da alibi per “proteggere” le persone, hanno condizionato la vita di noi italiani e hanno elevato la difficoltà ad intraprendere. E tutto questo non è perchè ci vogliono bene e ci tengono a noi. Tutto questo è a causa delle Assicurazioni che sempre più vogliono evitare di pagare premi per incidenti o quasiasi altro inconvenente possa accadere alle persone. Casco, cinture, regolamenti USL, regolamenti edilizi, norme tecniche e chi fa azienda qui sa bene a cosa alludo. Perchè la gente fugge in Spagna? Perchè lì aprire un ristorante è così facile e qui no? Forse la Spagna è un paese selvaggio? Forse non è in Europa? O forse solo se ne fottono se una cucina per 30 tavoli è 25mq o 10mq, e basta saper cucinare……
    Certo, dico cose scontate ma mi pregio di dirle perchè è nella normalità che sta la verità, non nel’artifizio ideologico o merceologico.
    Quindi non tifo per nessuno, ma mi pregio di avere una scala di valori abbastanza assoluta, e lo so che in questa epoca di relativismi è un’eresia, attraverso la quale mi rendo conto se qualcosa è giusta o no. Ovviamente secondo me e rispetto gli altri. Ma essendo ingegnere libero professionista so abbastanza giudicare il mondo che mi circonda.
    Il sistema capitalistico, l’economia capitalista, non l’ho inventati io. Hanno i loro grandi pregi. Ma se le aziende si collocano dentro quel sistema ne devono seguire le regole che sono semplici ed essenziali: profitto. Non esiste alternativa. Ma non per una scelta personale illuminata, ma perchè prima o poi qualcun altro che non è illuminato come te ti fa le scarpe (e lo può fare copiando i prodotti e delocalizzando ulteriormente), e tutto il tuo aziendare con il cuore va a farsi friggere.
    Sono con te sulla necessità di riappropriarsi del lavoro autoctono. Ma, consentimi ora una considerazione tecnica, occorre anche giustificare al mondo ciò che si fa e quindi essere coerenti con quelllo che è il livello medio della vita, ovvero molto basso. Poi ci sono le nicchie, i mercati di nicchia, i Paesi di nicchia e tutto ciò che ti pare. Bene. Come ho già detto, ho augurato a I-I di trovare il proprio spazio e, dal tipo di negozi in cui è presente e dove, ne deduco che il loro spazio lo hanno trovato. Liberi tutti di entrare o non entrare in quei “costosi” negozi (almeno nella mia città è il più costoso, ovviamente pieno di griffe e belle e buone cose ma quasi sempre vuoto, mentre i mercatini, pur vendendo cose squallide, sono sempre pieni di gente, chissà perchè). Ma spendere 350 euro per degli occhiali che ne costano in produzione 30 mi sembra immorale. Non so quanto costino queli di I-I. So bene, perchè ho conoscenze nella rappresentanza di lenti e montature, quanto però costano le montature griffate e le lenti Zeiss. Lo so Raffaela. Lo so. E lo sai anche tu. Se un imprenditore edile tira su il 30% di guadagno dopo due anni di lavoro e con investimenti di alcuni milioni di euro, è tutto grasso che cola. E questi sono i margini oggi. Perchè un oggetto commerciato deve costare 10, 20, 30 volte il suo costo di produzione? Perchè le arance vengono pagate ai produttori 0,25 euro e la Coop (che forse sarai tu, ma non io…. scherzoooo) le vende a 2,5 euro? Perchè un pezzo di gomma costa qualche euro mentre (lo sappiamo tutti, lo sappiamo….) quando esce dalla produzione ne costa qualche centesimo? C’entra la sofferenza nel mondo, c’entra e come. C’entra perchè il mondo non è una scatola chiusa e non riesco ad indossare un paio di occhiali pur sempre industriali (mica sono in esemplare unico) anche se rifiniti a mano, alcune centinaia di euro. Forse loro li valgono, secondo i canoni ormai acquisiti da questa società, ma secondo me no. Parli di stipendi bassi e sono ovviamente daccordissimo con te, ma mi spieghi perchè D&G paga una borsa rifinita a mano da bravi artigiani toscani 25 euro e poi la vende a 500? Perchè deve tenere su il mondo effimero della griffe. Perchè fa “in” pagare tanto qualcosa e così sentirsi “arrivati” (chissà dove poi). Perchè i costi di mantenimento del baraccone pubblicitario e dei “flagship” (vedi altro blog) sono elevati. E’ un sistema fine a se stesso:costo molto perchè ho costi alti ed ho costi alti perchè devo costare molto. Trovo banale questo sistema e molto vecchio concettualmente. Il terzo millennio ha bisogno di nuovo spirito, di “spiritualizzazione” del fare lavoro. E non intendo in senso religioso ma in senso etico e passionale. Chi se ne fotte di quelle cafonate di Cavalli, D&G e compagnia bella. C’è gente che non spiccicare un congiuntivo ma che si fa grande (riempie l’effimero del proprio vuoto) con una griffe e non capisce che così si vuota ancor di più. Ho un’amica che si fa maglie e collane e borse da sè, di una bellezza e originalità uniche… doppio del tempo per farle rispetto ad una macchina da cucire cinese o pratese, costo infinitesimo rispetto a quelle griffate. Il problema non è negli stpendi bassi, ma nei prezzi alti ingiustificati. E sono alti non per l’essenza del loro prodotto (l’oro è oro e se lo usi lo paghi, così il cachemire ecc) ma per una miriade di costi applicati sopra che ne decuplicano il prezzo. Ma perchè devo essere io consumatore a pagare la disorganizzazione mentale e finanziaria di un’azienda e di un sistema di distribuzione a dir poco da capolarato medievale? Avete mai pensato a quanto costa veramente una tazza di caffè al bar? Tra caffè, acqua, ammortamento macchina ecc, se arriva a 0,25 euro è già tanto. Perchè pagarla 0,90 allora? Perchè qualcuno ha capito che la domanda è alta e quindi se ne approfitta e il sistema monopolistico, per cui tutti sono quasi obbligati a fare lo stesso prezzo, fa il resto. Ne consegue che un ricercatore universitario o un semplice laureato guadagnano poco più di mille euro, mentre un barista se ne mette in tasca a conti fatti il triplo. Questa è la società del commercio. E più aumenta lo spread tra prezzo e costo e più rimane incomprensibile il prezzo finale. C’entra la sofferenza, e soprattutto quella che citi tu, Raffa, perchè direttamente figlia di un mondo vuoto ma griffato, in cui ogni valore “interno” è stato sostituito dal marketing del corpo e dell’esteriorità.
    Non sta a me trovare soluzioni, e forse non ce ne sono, ma sta a me, da uomo e artista, far riflettere su queste contraddizioni che, è vero, sono scontate e deja vu, ma che finchè esistono non possono rimanere taciute. Grazie Raffela del tuo impegno perchè comunque vedo che cerchi di dare un’anima alla tua azienda, e questo è molto importante………
    Dioooo come sto diventando pallosooooooooo
    :-)

  22. Danilo Verticelli Says:

    p.s.: hai mai pensato che è l’outsourcing, così ben sponsorizzato dall’intellighenzia bocconiana, a contribuire a moltiplicare i costi? Forse ogni “source” della catena non intende guadagnarci sopra? E’ un po’ come le municipalizzate che prima gestivano tutto e poi si sono trasformate in Spa (!!!!?) ognuna con oggetto diverso (acqua, gas,e cc) o come le Ferrovie dello Stato che ora sono RFI e Trenitalia (doppi costi, doppia organizzazione), o come le Province (chissà perchè c’è questo trend ad aumentare le Province? Posti di lavoro, clientelismo….). Ma la teoria bocconiana (che se ne fotte dell’uomo perchè ha come Dio l’economia) dice che scaricare ad altri costi e responsabilità è la prima cosa da fare per migliorare i bilanci….. Una volta (ma non lo condivido eh) si viveva tutti insieme, generazioni per genrazioni. E non lo si faceva per scelta, ma perchè inconsciamente si sapeva che i costi venivano così ridotti dall’economia di aggregazione. L’outsourcing è l’opposto di questo. Ogni azienda coinvolta ha bisogno di una sua organizzazione, di un suo staff, di suoi costi, di sua energia e quindi di un suo profitto….. vabbè smetto sennò veramente mi cacciate

  23. vick Says:

    Mi piacerebbe avere un paio di calze I-I

  24. Ilaria Says:

    interessante l’idea di ambientare i propri concept store nelle proprie case o nei propri appartamenti.. perché non ci provate anche voi?

  25. Danilo Verticelli Says:

    …. in carbonio?

  26. Danilo Verticelli Says:

    …il carbonio è leggerezza e resistenza (talvolta fragilità)… vi do’ qualche indizio (ovviamente vecchiotto e deja vu) da sviluppare:
    le calze di Vick, scarpe, bicicletta, sedia, divano e tessuto per divano, letto, forno elettrico, frigo, aspirapolvere, i miei discorsi, qualcosa di Santoro, orologio, case del telefonino, case del pc, notebook, schermo, tastiera, penna stilo, pomello del cambio, cornici standard per quadri (in dimensioni standard), sci, i pesi per body buiding (così uno si illude di essere forte), Prodi e Berlusconi, certi discorsi del Papa, Manconi, l’arrosto di agnello la sera e le arance (che, si sa, anche quelle la sera sono piombo)…..
    vi bacio
    :-)

  27. Antheus Says:

    Ottima la metafora del carbonio come elemento che conferisce leggerezza, flessibilità e resistenza a cose e persone che ci stanno attorno.
    Grazie Danilo.

  28. Danilo Verticelli Says:

    …la Metafora è arte e l’Arte è metafora. Ma dalle metafore a volte nascono idee che rendono straordinaria anche la normalità….
    ;-)

  29. raffaela Says:

    perdona il ritardo…
    comprendo anche il tuo punto di vista, ci tengo a dirti che si quello che tratto per una persona come te è effimero ma io ci credo per me è un lavoro serio e lo porto avanti con passione, c’è anche questo nella vita, le persone chiedono anche questo magari per evadere o per sentirsi per una sera speciali fai tu. … io cmq non mi farei pagare 25 euro una borsa ma se loro accettano un motivo c’è.

    io sono giovane e non posso prevedere… ma ci tengo a dirti che tifo per ciò che non si tocca con mano nello stesso tempo, ci sono mete che vanno oltre lo sò e come ho detto ad una amica ieri quando si parlava di vita, cerchiamo di arrivarci preparati piuttosto… cmq per scelta oggi nulla mi appartiene, contribuisco a crescere qualcosa punto. indipendenza per me è un equilibrio soprattutto con se stessi, è una forza è coraggio è una sfida anche nei confronti di chi non crede in ciò che credi tu, è così che impari a conoscerti a volte, a conoscere anche i tuoi limiti per apprezzare poi il prossimo… tu mi fai parlare troppo danilo.

    i colori mi piacciono, ci sono cresciuta, quando ti ho visto mi è venuto in mente mio fratello, tutto quì.

  30. Danilo Verticelli Says:

    ..eheheh che vuol dire “una persona come me”? Mica sono un pesantissimo babbione! :-)
    Neanche io mi farei pagare “quella borsa” 25 euro. Ma è proprio il Sistema che invece li induce a fare così. Ieri ho visto una borsa in plastica nera di D&G a 690 euro, scontata del 50%. Mi spieghi tu come viene fatto quel prezzo allora? Dei jeans di velluto a Stefanel (conosci vero l’infima qualità del velluto Stefanel no?) prezzati a 99 euro!!!! Novantanoveeeeeeee. Scontati del 50%. Si sono staccati due bottoni durante la prova. Ovviamente non comprati da chi era con me (io non metto quella robaccia lì). Insomma, occorre avere un’anima, come mi sembra tu abbia, e credere nell’impossibile, anche se vive dell’effimero. Ma detto da un artista è un ossimoro. E’ l’anima che conta. Che tu creda o no in qualche mondo futuro. Io no sono e non posso essere “contro” l’effimero. L’Arte in fondo è effimera per definizione, anche se utile al progresso spirituale dell’umanità. Io sono contro l’esagerazione. E tanti prezzi li trovo esagerati, sia per il tipo di prodotto, sia per la percentuale di guadagno applicatavi sopra da tutti. Io mi riempirei di oggetti effimeri, ma non voglio essere preso per il culo dal produttore, dal distributore, dal grossista, dal negoziante. Secondo te, quei famigerati jeans di Stefanel quanto saranno costati in produzione? 10 euro? Troppo? Come fanno ad arrivare a 99 euro? Ci vuole misura anche nelle cose. Una scarpa di Rossetti è una scarpa seria e può anche valere 300 euro, anche se sappiamo che all’outlet la trovi a 220 e in fabbrica esce a 90. Ma un cartapecora chiamata velluto non può costare 1/9 dello stipendio di un insegnante o di un operaio o 1/5 dello stipendio, co.co.co, di un’addetta al call-center. La misura è il futuro del commercio “blu”, come si parla in altro blog, e la tua filosofia è in questa direzione. Vai avanti dai, che almeno sei giovane……
    :-)

  31. raffaela Says:

    ma che centra stefanel con rossetti?
    sono agli antipodi danilo.. come noi del resto.
    il “blu” è il colore dell’oceano, l’oceano è immenso profondo è anche mistero ma soprattutto è popolato da molte creature, e se questo può servire a sensibilazzare qualcuno ben venga… il verde ha rappresentato più la terra nel corso degli anni e le problematiche ad essa legate… ma mi sembra di capire che sai meglio di me quale è la cruda realtà che ci circonda… e meglio di me affronti questi discorsi,
    buon continuo.

  32. raffaela Says:

    quando ho detto “una persona come te” non mi riferivo a nulla in particolare e se ti ho offeso porgo le mie scuse e non ti considero un babbione, la mia educazione mi porta ad accettare e comprendere i pensieri e le idee altrui anche quando non concordo, quindi la malizia io la lascerei fuori.

  33. Danilo Verticelli Says:

    ehi Raffa, mica mi ero offeso, anzi! Ho messo un faccino (non fucsia ma giallo) sorridente e un eheheh prima di iniziare. Purtroppo la scrittura non riesce facilmente ad esprimere gli stati d’animo….
    Ma quale offeso…. eheheh ce ne vuole….. e poi perchè? Cosa hai detto di male? Scherzavo. Sono così, mezzo matto…..
    Rossetti? Non c’entra nulla come prodotto merceologico. Guarda le due cose come metafore invece. L’uno è un prodotto che merita di costare e quindi ha una proporzione qualità/prezzo, diciamo accettabile. L’altro è un prodotto che non merita ed è completamente squilibrato verso la speculazione. Non è un confronto tra due oggetti ma tra due filosofie di vendita.
    Paragonando le qualità, le scarpe dovrebbero costare almeno il triplo (se quei jeans costano 99 euro!). Non sono agli antipodi: i due negozi erano adiacenti e nella stessa strada, quindi si ponevano a me cliente con la stessa capacità di ricezione e attrazione. Per assurdo, il prodotto che più meritava era quello che in proporzione costava meno! Quindi vuol dire che è possibile fare commercio attuando filosofie di prezzi più “disegnate” sulla situazione di vita comune, pur se quelle scarpe non sono affatto per un mercato “normale”.
    Mi sembrava di aver appoggiato le tue tesi (che non sono affatto agli antipodi con le mie) calcando la mano sulla necessità di fare azienda con cuore e anima e quindi anche assumendo percentuali di guadagno minori o perlomeno “giuste”…
    Ma vogliamo far finta o no, di sapere, come tutti i dibattiti evidenziano, che la maggiorparte delle famiglie non arriva alla terza settimana, che la gente non esce più, ecc., ecc., ecc.? E allora, se la base dell’abbigliamento, il meno che meno, mi costa 99 euro, come faccio ad abbigliarmi? Sotto di quello c’è solo il mercatino del venerdì o il “second hand” o la Caritas. Mi scuso per l’enfasi, ma non sono mai nè arrabbiato, nè offeso. Guarda, metto il faccino…
    :-D

  34. raffaela Says:

    stò ridendo come una matta… sei troppo forte, proprio ora ho un pennello in mano e le mani sporche di fuxia dipingevo dei fiori… devo scappare, a presto… bacioni

  35. Merlina Says:

    offro casa mia quando volete provare.
    Ci abbiamo già organizzato un evento di video arte aperto al pubblico e si è presentata mezza Torino!
    besos
    m

  36. Paolo Convertito Blasio Says:

    sarebbe bello fare sfilate o presentazione di prodotti in casa di ciascuno….

  37. Danilo Verticelli Says:

    Merlina, un evento di arte normale?

  38. Daniel Says:

    I couldn’t understand some parts of this article Homework, but I guess I just need to check some more resources regarding this, because it sounds interesting.

  39. Merlina Says:

    Scusa Danilo, rispondo tardissimo al tuo commento.
    E in più non ho capito la tua domanda…
    peggio di così…
    sob
    merlina
    Comunque casa mia è ancora modulabile secondo l’evento

  40. .8 (fucsiaman) Says:

    @Merlina: ormai viaggiamo in altri post… ci eravamo dimenticati… da Artista, peroravo gli eventi artistici…

    Ciao

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