Nuove Geografie della Creatività
Wednesday, August 22nd, 2007(di Antheus)
Vi voglio segnalare sul La Stampa di oggi due interessantissime pagine - la 20 e la 21 per la precisione - che contengono una serie di articoli sulle nuove mappe e sui nuovi significati della creatività oggi in Europa (purtroppo l’articolo finora non è online), argomento che sta molto a cuore a questo blog (Lapo ne parlò qui e qui).
L’inchiesta parte dalla storia di copertina del Der Spiegel in cui viene commentata la classifica delle città più creative in Europa risultante da una ricerca della Roland Berger: non più Londra, Parigi e Milano, ma le cosddette “second city” ovvero città di seconda fila che grazie alle dimensioni ridotte riescono a garantire terreno fecondo per nuove classi creative. Città come Tallinn che garantisce l’accesso gratuito ad internet come un diritto fondamentale del cittadino e dove bastano 72 ore per creare una start-up, come Amburgo che sta ristrutturando la parte del porto per costruire la nuova Filarmonica, come Amsterdam che ogni anno investe 50 milioni di euro per trovare nuovi talenti creativi e fabbricati vuoti da offrire loro o come Dublino che ha abbassato le tasse e recuperato il centro storico.
C’è anche una bell’intervista ad Aldo Cibic, architetto e designer che fece parte negli anni 80 del gruppo di Memphis con Ettore Sottsass, in cui si evidenzia il lato collettivo e, perchè no, ludico della creatività; Cibic sostiene che sia necessaria non solo una classe dirigente più lungimirante, ma anche un tessuto imprenditoriale forte che creda nell’innovazione e quartieri urbani in cui sia possibile far vivere l’arte. C’è poi un interessante reportage sulla situazione italiana purtroppo monopolizzata dal mito di Milano “talmente abbagliante da accecare tutto quello che sta attorno”. Ormai in Italia non si compra più il design, bensì il designer, la firma che si sostituisce al prodotto. Sotto tutto questo ci sta una situazione tipicamente provinciale in cui si “rinchiudono velleità e sogni in un cassetto”. In mezzo c’è poco o niente, anche perchè i finanziamenti latitano, gli spazi costano e ci sono poche occasioni di visibilità. Tra i rari casi positivi citati nell’articolo c’è quello del gruppo Esterni.
