China Bug

(di Antheus)

Un tempo era la marca, conosciuta e riconoscibile, che garantiva fiducia e forniva garanzie al consumatore sulla bontà dei materiali utilizzati, sul loro funzionamento e sulla qualità dei prodotti.
Con la globalizzazione imperante e con i ritmi di produzione sempre più esasperati le big companies sono state però costrette a terzializzare il più possibile, e oggi anche le grandi marche non riescono più a controllare l’intero processo.
I casi recenti di Mattel e di Nokia sono davanti agli occhi di tutti. Anche la Cina e l’India iniziano a mostrare i primi bachi.
E altri, statene certi, ne verranno.
Anche il tanto celebrato madeinitaly - che poi, spesso, non è ‘fatto in italia’ - prima o poi dovrà soggiacere a questi inconvenienti. E, come si può vedere, i costi e la perdita di prestigio e di credibilità sono altisssimi.
Per questo noi di I-I siamo convinti che, per alcune classi di prodotti e categorie merceologiche sia necessario continuare a produrre in Italia, accollandoci - certo - dei costi più alti, ma con la sicurezza di poter realizzare prodotti garantiti e di qualità.

Tu chiamala, se vuoi, Made in Italy 2.0.

22 Responses to “China Bug”

  1. Paolo Convertito Blasio Says:

    Sono convintissimo anch’io Antheus, ma purtroppo credo che la concorrenza asiatica sia indistruttibile, permette di ridurre i costi e realizzare grossi guadagni vendendo un prodotto italiano ma fatto in china ad un prezzo italiano ma con un costo di produzione asiatico. Tutto questo dipende non solo dalla capacità produttiva deglia asiatici (lavorano più di 12 ore al giorno) ma anche sia dal sistema del prelievo fiscale che dal sistema normativo italiano che ovviamente non si può paragonare a quello cinese. Ciao

  2. Gabriele Says:

    Miei cari,
    sono un padre di un bimbo di 16 mesi, che ha tanti giochi della Ficher Price, ieri ho guardato dove erano prodotti e soprattutto quando sno stati prodotti. Credo che i responsabili di una situazione di questo genere debbano essere pesantemente puniti, io per conto mio non comprerò mai più i prdotti di quelle case, Se in molti faranno così, forse, spiegheremo a quei signori che il danno creato da una forma così accentuata di ricerca del profitto a tutti i costi è assai maggiore dei costi dovuti a una lavorazione fatta con tutti i criteri di sicurezza. Cosa ne pensate?

  3. Dowtowndoll Says:

    Negli U.S.A. mi sono accorta che per certi prodotti l’etichetta non dice più MADE IN ITALY, ma CRAFTED in ITALY. Con questo, si vuol far capire che il prodotto è stato concepito in Italia da menti italiane, ma che è stato poi realizzato altrove, con costi di produzione nettamente inferiori. Bella scappatoia, no?

    D’altra parte, nemmeno per aziende di lusso ( e che quindi hanno un ricarico costo di produzione/ prezzo di vendita finale altissimo) conviene più produrre in Italia.
    E non è solo una questione di costo della manodopera. E’ proprio il sistema che non tiene, con piccole aziende - tipiche della realtàitaliana - che sempre più spesso devono soccombere ai grandi del mercato.

    E nelle grandi aziende, quelle che impiegano centinaia di operai, sempre più spesso la manodopera è straniera, perchè gli italiani col piffero che hanno volgia di andare a fare gli operai.

    La veggo buia….

    :)

    elisa

  4. K Says:

    Simpatica coincidenza il fatto di aver parlato di veri e propri pericoli derivanti dall’outsourcing selvaggio proprio qualche settimana fa. Anche qui notiamo un trade-off errato. Realizzare prodotti in Cina conviene davvero?

    Quante mamme penseranno ancora che le Barbie originali sono più sicure delle imitazioni da bancarella?

    Anche la Nokia perde molto in immagine e l’episodio ricorda quello delle batterie per notebook che surriscaldavano fino ad esplodere (letteralmente).

    Più passa il tempo più si tende ad avere una visione americanizzata del cittadino: “Le persone non vivono ma funzionano”. Pazienza quindi se qualcuno resta avvelenato o se qualcun altro avrà qualche ustione sul corpo…il marchio vive lo stesso e continua a fatturare selvaggiamente. Fino a quando?

  5. Paolo Says:

    Ciao Lapo, cm va? ;)
    Io e alcuni miei amici abbiamo pensato di mettere su un team di moto per il prossimo anno, per poter partecipare al trofeo Malossi: ad un tratto mi è balenata in mente l’idea di poter formare un altro Fiat Yamaha Team :D
    E’ un’idea che potrebbe interessarti? Qualora decidessi di sponsorizzarci (poche migliaia di euro!) saremmo onorati di averti con noi sulla griglia di partenza… Spero di sentirti
    CIAO!
    Paolo

  6. Gabriele Says:

    Il vero problema è il mito della delocalizzazione, come dicevo nel mio precedentre intervento, conviene veramente andare a produrre in Cina oppure in India? Dato quello che accade spero che le aziende se ne rendano conto e se la logica del profittto a tutti i costi non li fa ragionare allora dobbiamo essere noi a imporre la nostra volontà. Qui non si tratta di null’altro che di sicurezza dei nostri figli di noi stessi. Non si può rischiare la salute dei bambini perché il costo del lavoro in Cina è più basso che negli USA. Non è giusto.

  7. andrea squinobal Says:

    Dobbiamo per prima cosa capire quanto voglia veramente guadagnare un’azienda e quanto questa sia legata al Belpaese…
    Di certo produrre in asia conviene, ma chi mi dice che i consumatori non approvino un costo maggiore dei prodotti in cambio di nuovi posti di lavoro italiani??? E’ per questo che ammiro il progetto di I-I… spero duri nel tempo. Infatti, un paio di nior I-I non costano di più di un paio di occhiali griffati (vedi stilisti vari)….il gusto naturalmente è soggettivo ma per quanto riguarda la qualità sono pronto a scommettere che gli I-I sono migliori di tanti altri…(spesso stampati in bachelite e plasticaccia)
    ciao e buon lavoro!

  8. Federico Says:

    E’ un cane che si morde la coda.
    La Cina è diventato il partner commerciale d’eccellenza: là bisogna vendere 500 milioni di lavatrici, 500 milioni di tv, 500 milioni di qualsiasi altra merce.
    La manodopera è a buon mercato e nessuno ha voglia di pensare a cose fastidiose come la censura feroce (ad esempio su Internet….) o al fatto che lì furono trucidati studenti con un colpo di pistola alla testa (pensate se fosse successo negli USA).
    Ma il mondo va così, pecunia non olet, come dice Antheus altri problemi verranno e non saranno solo bambole cinesi….

  9. niki mckey Says:

    La realta cinese come la relata indiana sono realta in cui non si sa ancora precisamente dove si andra a parere ovvero quale sara il vero risultato di questo boom che avra sicuramente un effetto boomereang in molti settori e realta differenti ma pur sempre legate da molti fattori che ne determinano il risultato l effetto boomerang vediamo cosa ci riserva e ovvio questo ne e solo un esempio.
    Per il made in italy si parla tanto di qualita e di artiginalita e molte aziende italiane preferisco far lavorare stranoieri per migliorare i guadagni ecc,…. la decentralizzazione potrebbe essere uno strumento interessante per migliorare i risultati dell azienda ma perche se si parla di made in italy non potenziamo il sud e facciamo li la nostra piccola rivoluzione industriale cinese offrendo posti di lavcoro e creando strutture che offrono certi tipi di servizi.
    Made in italy 2.0 e l unico concept che fa si che il modo di pensare all italiana abbia una valorizzazione puntiamo all italia perche gia solo dire che un prdotto e’ italiano e gia’ una valorizzazione nei confronti degli altri prdotti europei.
    made in italy 2.0 speriamo che ci sia il cambiamento…….
    Niki Mckey

  10. luigi f. Says:

    Credo che il vero problema sia la tutela dei diritti fondamentali della persona-lavoratore/trice cinese o indiano/a che sia.
    Troppa gente è letteralmente sfruttata per pochi dollari al giorno o per qualche ciotola di riso.
    Questo è il vero punto. Le aziende che sfruttano questa situazione, caro Antheus, hanno da tempo perso il proprio prestigio e la loro credibilità. La Ferrari per citare un esempio scolastico del Made in Italy che io auspico, inteso come idea-processo-marketing, mi pare investa costantemente risorse per il benessere dei propri dipendenti.

  11. Dowtowndoll Says:

    Se mi permettete di re-intervenire, vorrei fare un altro appunto.

    Il dramma è che dei rischi della delocalizzazione selvaggia si parla solo quando c’è un rischio per la salute -in questo caso dei bimbi-.

    Ma questa situazione non è altro che una conseguenza, tra mille della più becera logica del profitto (produrre di +, al minor costo possibile per guadagnarci ancora maggiormente).
    Il fatto è che in nome del profitto si è rinunciato all’etica, alla giustizia sociale e adesso, scopriamo, anche alla sicurezza.

    Ma io dico: benvenga lo scandalo delle Barbie verniciate al piombo, se serve a far pensare un pochino.

    Perchè credo che si possa fare profitto anche senza fare del male ( ai noi, al prossimo, al pianeta).
    Scommettiamo?

    ;)

    xxe.

  12. Dowtowndoll Says:

    scusate la ripetizione nel commento sopra.
    Ho bevuto una birra.
    E poi, dicono che come alcol non conta….
    xxe.

  13. m.g. Says:

    il concetto di “made in Italy” è un concetto polivalente. due considerazioni:
    innanzitutto la realtà cinese (senza dimenticare la colonizzazione tessile di India, Eritrea e Romania) si caratterizza per una manodopera senza normative, senza tutela, senza diritti, senza sicurezza. produttività massima a costo zero. D’altro canto, l’azienda sceglie la produzione all’estero non solo per una questione di costo del lavoro, ma anche per una questione di risparmio in termini di convenzioni di produzione e norme standard sulla qualità del prodotto. Il problema quindi non è la produzione in Cina, India o qualsiasi altro posto. il problema è il compromesso che la nostra società fa col mercato al fine di garantire lo status quo che privilegia tutti; e a dirla tutta, hanno convinto anche il consumatore: è opinione diffusa infatti che se lo status quo cambiasse (fosse “regolamentato”) il prezzo finale riulterebbe molto maggiore. il che non è senz’altro vero: se voglio guadagnare 100 producendo al costo di 10, se produco al costo di 40 dovrei guadagnare 130? o posso guadagnare comunque 100?

    in secondo luogo, l’attezione si è spostata da “made” a “Italy”, come ha sottolineato giustamente Downtowndoll (”crafted” in Italy). quello che nasce come regola commerciale diventa un elemento qualitativo del prodotto: cosicché il consumatore sia portato a pensare che ciò che sia “made in Italy” sia qualitativamente migliore di ciò che sia “made in China”. il che non è del tutto vero: la qualità ormai è solo quella artigianale; la qualità industriale è un concetto che in fin dei conti non esiste. come ci si può aspettare dunque che telefonini (o altre merci), ideati in U.S.A, disegnati in Canada, i cui componenti sono stati ideati, disegnati e prodotti in paesi diversi (magari anche in Italia), e assemblati in altri paesi, per poi essere testati in altri paesi ancora, abbiano la qualità di prodotti artigianali? i casi di Mattel e Nokia vogliono essere eclatanti ma solo a scopi concorrenziali.

  14. raffy Says:

    SONO CONTENTA,PRIMA O POI DOVEVA SALTARE FUORI!
    IL PROBLEMA E CHE ANCHE IN ITALIA PURTROPPO LA PRODUZIONE CINESE
    PER QUANTO RIGUARDA IL TESSILE E MOLTO RICHIESTA E CI SONO PICCOLI LABORATORI,
    DOVE I CINESI PRODUCONO ANCHE 12ORE AL GIORNO BORSE,VESTITI SCARPE,ECC…
    DOVE PICCOLI IMPREDITORI CHE CON I LORO NEGOZI ,SE COSÌ SI POSSONO DEFINIRE,NÈ APPROFITTANO,METTENDO ANCHE, MADE IN ITALY SULLE LORO ETICHETTE.MA PRODOTTE MADE IN CHINA.
    LO SAPPIAMO !MA COME SI PUÒ EVITARE TUTTO QUESTO, TROPPO GIRO DI SOLDI E PERDITA DI TEMPO.
    GROSSE CATENE DI IPERMERCATI FAMOSISSIME IN TUTTA ITALIA CHE SMERCIANO ABBIGLIMENTO MADE IN CHINA
    COME VERO E PROPRIO INCREMENTO DEL SETTORE.
    IL CLIENTE E TROPPO ATTRATTO DA QUESTI SPECCHI PER ALLODOLE,CHE NON SI RENDE CONTO DI COMPRARE E INCREMENTARE,SFUTTAMENTO DEL LAVORO, MORTI BIANCHE
    TESSUTI E COLORI NON A NORMA, CONTENTO DI ARRIVARE A CASA E DIRSI LI HO PAGATI SOLO 5EURO
    MA SI,TANTO PER TUTTI I GIORNI VANNO BENE!
    SBAGLIATO!!!!!!!
    PERÒ UNA NOTA POSITIVA C’È.
    PER I-I MADE IN ITALY 2.0 SARÀ IL N°1
    ANCHE PERCHÈ IRONIA DELLA SORTE I CINESI VENGONO DAL LORO PAESE A COMPRARE DA NOI IL MADE IN ITALY
    E VI ASSICURO CHE STANNO MOLTO ATTENTI ALLE ETICHETTE.
    CIAO RAFFY

  15. luigi f. Says:

    per m.g.:
    1) spiegami in concreto cosa sono le “convenzioni di produzione”, se possibile
    2) “norme standard sulla qualità”: forse intendevi sicurezza? diversamente dimmi dove sono scritte le prime
    3) “il compromesso che la nostra società fa col mercato al fine di garantire lo status quo che privilegia tutti…” Oddio di privilegi ne vedo pochi e spesso solo a favore di quelle multinazionali tanto potenti da riuscire ad influenzare parecchi governi; i quali a loro volta, sono gli unici responsabili del mancato rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo (ivi compreso quello ad un lavoro tutelato in senso lato).
    4) Sempre sul punto, credo che spesso i privilegi del consumatore siano solo una stupida illusione: tantissimi prodotti (vedasi l’elettronica di consumo) da poche decine di euro di costo vengono poi venduti a 300/400 euro sul mercato.

  16. m.g. Says:

    1) per convezioni di produzione intendo quegli accordi, spesso ricalcati su norme internazionali del commercio (diritti di stabilimento, libertà di sfruttamento, impatto ecologico sull’ambiente…), che la multinazionale di turno fa con i governi del posto, allo scopo di insidiarsi e ottenere aiuti o permessi. spesso queste convenzioni consistono in “tangenti” elargite ai governi locali. - per questo parlavo di semplicità e convenienza -.
    2) le norme standard sulla qualità sono (in breve) quelle che stabiliscono il diritto del consumatore a sapere determinate qualità del prodotto (l’originalità, la provenienza..). esmpi sono: UNI EN ISO 9001: 2000, Regolamento CE 510/2006. il fatto di produrre all’estero permette di “aggirare” alcune norme sulla qualità poste a tutela e del consumatore e del sistema concorrenziale.
    3) “privilegia tutti” : tutti - mi sembrava ovvio - a parte i lavoratori sfruttati. quello che mi chiedi di chiarire è detto nella frase dopo. in sintesi, volevo solo dire che un tale status quo in fondo trova l’accondiscendenza generale, fin’anche del consumatore. (- comunque, caro luigi f. non pensare che anche il singolo lavoratore sia così scontento della situazione. ovvio, se si guarda la cosa da un punto di vista occidentale lo sfruttamento è sbagliato e disumano - ma tante cose che si dicono hanno molti, troppi risvolti politici - ; ma prova ad andare in una fabbrica in Cina o India a sentire che cosa ti dicono gli operai).
    CON LA FRASE PRECEDENTE VOGLIO SOLO FORNIRE UN PUNTO DI VISTA DIVERSO, NON VORREI ESSERE TACCIATO DI ESSERE D’ACCORDO CON LO SFRUTTAMENTO. (lo scrivo così anche per luigi f. è chiaro).
    4) se mi rileggi anche io la penso come te; quello che volevo dire è che spesso si sente la frase ” se non producessimo in Cina, India o… il prodotto che a te consumatore oggi costa 10, costerebbe 100″. il che, come cercavo di dire, non è vero!! il problema è che questa è opinione diffusa, al punto che il consumatore pensa di essere privilegiato da questo status quo.

  17. Roby82 Says:

    Io punto tutto sul made in Italy. La globalizzazione ha portato molti vantaggi ma ora stanno venendo fuori anche quelli che sono gli svantaggi e non sono pochi. Ora non è detto che questo discorso riguardi esclusivamente Nokia e Mattel, ma mi sembra di notare che si vada sempre di più verso una perdita di valore del prodotto a vantaggio solo del risparmio di qualche euro. Quindi secondo me, da italiano, dobbiamo si tenere le porte aperte al commercio straniero ma non dimenticare che i prodotti italiani sono molto buoni soprattutto in ambito dell abbigliamento. E cercare di non perdere troppo la nostra identità anche in queste cose che magari agli occhi dei più possono sembrare banali.

  18. Riccardo Says:

    L’unica cosa che mi viene da dire è che il problema della Cina è delicatissimo e difficilissimo da affrontare. La politica internazionale ha questa patata bollente che prima o poi dovrà affrontare.
    Io non mi sono ancora fatto un’idea. Non ho ancora una visione globale,e dovrò ancora documentarmi e ragionare molto prima di esprimere un giudizio. Lancio alcuni punti che mi fanno riflettere,punti contrastanti :
    - regime totalitario: censura,uccisioni sommarie,torture sono all’ordine del giorno. Affinchè capiate di cosa parlo:http://www.clearharmony.net/
    Questo però non ha toccato il nosto buon cuoricino finchè lavoravano per noi. Il cinciullà lavolava per due soldi e ci faceva comodo non vedere il perchè.
    - poi il cinesino si è rotto e si è messo in proprio con le nostre tecnologie. E ora produce copie spesso identiche dei nostri prodotti
    - ora lo scandalo è scoppiato. Ma lo scandalo vero è che lo scandalo è sempre esistito.

    e qui mi fermo. Il resto si è detto.
    Ho idee contrastanti. Da un lato credo che i governi come il nostro dovrebbero abbassare le tasse per poter competere con gli altri mercati. Dall’altro mi piace pensare che il boom economico della Cina la porterà prima o poi a diventare un paese migliore.
    Non so.

    a me piacerebbe leggere qualche illuminante intervento di Alessandra.

  19. luigi f. Says:

    per mg
    ora ho capito, sei stato molto più chiaro.
    ps. in cina ci vivo per qualche periodo ogni anno

  20. alessandra Says:

    Riccardo ma parlavi di me? wow =)
    scherzi a parte,mi sono letta tutto quello che avete scritto riguardo questo post e sono della personale opinione che fatti come quelli della Mattel siano l’effetto dell’isteria per le super produzioni a basso costo e ritmi produttivi esagitati.
    le condizioni di lavoro della mano d’opera in cina o india penso siano ben presenti a ciascuno di noi,solo che ci si riflette o se ne parla di più quando fatti di cronaca illuminano il problema.
    il punto è che i titolari di alcuni aziende soprattutto medio grandi hanno lentamente deferito la produzione dei propri prodotti a stabilimenti in cina o india per trarre guadagni superiori a parità di unità prodotte,organizzando peraltro l’intera filiera produttiva in modo tale da nn consentire a chi vince l’appalto per le produzioni di specializzarsi nella confezione dell’intero bene,ma facendo specializzare e produrre (ad esempio pensiamo ad una bambola )gli occhi ad uno stabilimento,gli arti ad un altro e i vestiti ad un terzo,così da non mettere nelle mani di uno solo tutte le componenti evitando così di crearsi un proprio potenziale concorrente “in casa”.
    questo abbassa notevolmente le garanzie sui controlli di qualità,soprattutto pensando a quanto sia contrattabile con i governi locali l’abbassamento dei regimi dei controlli a fronte di pagamenti di somme di denaro,leggasi “tangenti”.
    è un meccanismo marcio,esasperato che per forza di cose finisce col produrre queste aberrazioni al sistema,che arrivano alla cronaca ma in realtà vivono una quotidianità che si ripete per ogni stabilimento produttivo disseminato in paesi come Cina india bangladesh e sud africa,capaci di fornire una forza lavoro numericamente elevatissima,che vive in assenza di sindacati e vive soprattutto per lavorare e guadagnare anche una miseria capace di ridurre la miseria in cui queste popolazioni vivono.
    uno scempio.che si ritorce e ritorcerà a boomerang verso tutte quelle aziende che hanno anteposto a tutto compresa l’etica il Dio denaro.
    e spero vivamente anche io che il made in italy riesca a ritornare sano e forte,visto che anche io come tanta altra gente sa quanto valore abbia ciò che sappiamo fare,produrre,inventare,,però tutti questi talenti dovranno imparare la strada che obbliga anche al sacrificio del guadagno facile per premiare invece la qualità.della serie che può volerci tanto o poco a seconda della storia di ciascun brand a costruire un nome solido e rispettato ,ma quello che conta è saperlo mantenere e soprattutto sapere che basta pochissimo perdere tutto quanto.
    penso spesso anche io che il made in italy valga tantissimo,che ci sono creativi,giovani designer di moda,arredamento,calzature,borse e accessori che purtroppo non riescono a trovare il giusto spazio e qualcuno che creda nelle loro capacità,perchè la scommessa più grande è trovare un’azienda,persone capaci di guardare un tantino più in là del guadagno e dell’investimento sicuro e redditizio, per guardare al costruire qualcosa di solido,vivace e di classe,stile valore capace di essere esportato e di dare onore meritato al made in italy.
    mi deprima e rattrista pensare alla famosa fuga dei cervelli,intesa come esodo e scelta di tanti giovani che nn trovano qui terreno fertile per creare interazioni e sinergie tali per costruire e produrre ciò che sanno fare e bene.
    spero ci sia un’evoluzione in questo,nonostante proprio ora e con fatica stia iniziando personalmente a buttarmi e scontrarmi con il mercato del lavoro di cui riesco a cogliere dinamiche,vizi e pigrizie mentali..perchè italians do it better non penso proprio sia solo una frase che Madonna portava stampata su una t shirt negli anni 80.

  21. Roby82 Says:

    Alessandra…ci sposiamo? ;)) scherzi a parte…condivido!

  22. evelyn Says:

    Che dire….noi stiamo puntando tutto sulla manifattura italiana…all’estero è un lusso..sembra che per gli italiani sia quasi indifferente….www.purolino.it

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